Tiziano Marino: Hubner è uno come noi che… ce l’ha fatta facendosi il mazzo

Tiziano Marino: Hubner è uno come noi che… ce l’ha fatta facendosi il mazzo

Tiziano Marino, giornalista freelance: dal 2014 al 2018 ha vissuto tra Hollywood e Los Angeles, dove ha lavorato, come corrispondente per l’agenzia Kika Press & Media scrivendo di cinema e tv per Vanity Fair, Best Movie, D la Repubblica, Ansa, Yahoo, GQ, Sky Mag, Il Secolo XIX, Il Giornale, Il Mattino e Il Messaggero. Attualmente è il Responsabile Comunicazione e Marketing dell’U.C. AlbinoLeffe, società di calcio professionistica che milita nel campionato Italiano di Serie C e collabora anche con La Gazzetta dello Sport. Dopo aver scritto “Purosangue”, l’autobiografia di Damiano Cunego, sempre per la casa editrice Baldini & Castoldi, recentemente è sbarcato in libreria, col suo ultimo lavoro editoriale “Lo chiamavano Tatanka”, il libro autobiografico dedicato al cremasco d’adozione Dario Hubner. E con Tiziano, volentieri abbiamo scambiato quattro chiacchiere.

Finita l’esperienza negli Usa sei quindi tornato definitivamente in Italia?

Sì vivo a Nova Milanese, lavoro per l’Albinoleffe e … scrivo.

Sei appassionato dunque pure di ciclismo?

Esattamente e in particolare, dato che gli ho dedicato un volume, mi piaceva Damiano Cunego, ex ciclista e mosca bianca del movimento ciclistico italico.

Non ha vinto poco pensando a quel che avrebbe potuto vincere, considerando il grande ciclista che era, in prospettiva?

Può essere, ma tieni conto che correva in un ciclismo particolare, chiacchierato, viziato tra ciclisti, tanti, dopati. Soprattutto per questi aspetti, perché era pulito e fuori dal coro Cunego mi è sempre piaciuto, mi piace e mi piacerà.

Ti trovi bene a collaborare, nelle vesti di Ministro delle Comunicazioni, all’Albinoleffe?

Siamo fortunati ad avere un presidente lungimirante, il solito da tanti anni tra l’altro, quale Gianfranco Andreoletti. Appassionato di calcio e fantastico visionario ha messo insieme negli ultimi anni un club sano, attento al settore giovanile e costituito da dirigenti giovani. Stiamo costruendo uno stadio tutto nostro a Zanica, nella Bassa Bergamasca e … sì, saremo il primo team ad avere una struttura di proprietà. Dal punto di vista agonistico, l’obiettivo attuale è una salvezza tranquilla, ma siamo proiettati già nel lungo periodo.

Come è arrivata la tua ultima fatica letteraria intitolata “Lo chiamavano Tatanka”?

Dario Hubner era, è e sarà il mio grande idolo pallonaro. Tramite amicizie comuni, la scorsa estate l’ho conosciuto e subito, entusiasti, ci siamo messi al lavoro. Ne sono uscite circa 12 ore di piacevoli, lunghe e dettagliate chiacchierate. E finito di parlare andavamo a pranzo a Passarera di Capergnanica, alla Trattoria Da Rosetta, dove lavorava da cameriera, anni fa, Rosa la ragazza che poi è diventata la moglie di Hubner e … laddove ho imparato ad apprezzare i Tortelli Cremaschi, piatto che Dario esalta, menziona, segnala, ma … non predilige.

E Hubner dal vivo ti è piaciuto?

Dario è uno di noi che ce l’ha fatta, lavorando tantissimo, facendosi il mazzo e tanta gavetta, ma restando semplicemente se stesso, senza montarsi la testa. E’ una persona eccezionale, alla mano, disponibile, umile e straordinario.

Ma vedi oggi, nel cosiddetto football moderno, un nuovo “Tatanka”?

Viviamo tempi diversissimi rispetto al passato, ai tempi agonistici di Dario Hubner. Oggi i social amplificano tutto e … corriamo veloci, fluidi. Lui nel libro ha indicato, quale suo erede, Andrea Belotti, ex attaccante proprio dell’Albinoleffe. Mah … io non saprei indicarti un suo erede, mi intriga Ciro Immobile, ma gioca nella Lazio, sodalizio di una grande città che rischia di vincere lo scudetto.

Hai altri progetti letterari nel mirino?

Continuerò a scrivere autobiografie particolari sportive, ma adesso io e Hubner siamo impegnati nella promozione di “Lo chiamavano Tatanka”. E appena terminerà l’emergenza sanitaria da coronavirus inizieremo il tour promozionale.

stefano mauri

 

 

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