Una città laboratorio, ultima tappa nel viaggio Pianeta donne

Una città laboratorio, ultima tappa nel viaggio Pianeta donne

Si conclude qui il nostro viaggio sull’altra metà del cielo. Solo qualche flash: nulla di più. Qualche appunto tratto dall’indagine su “donne al lavoro” messa in campo congiuntamente dalla Scuola di educazione all’economia e dall’Assessorato alle Pari opportunità di Crema (che ha mobilitato, tra gli altri soggetti, anche l’Istituto Pacioli che ha svolto uno studio egregio sui percorsi scolastici che hanno più facilitato negli ultimi anni l’ingresso delle ragazze nel mondo del lavoro).

Una “città-laboratorio” ha definito Crema, in seguito all’indagine in questione, la sociologa Maria D’Ambrosio. Un apprezzamento lusinghiero, ma riuscirà la nostra città ad essere all’altezza di tale compito?

Ecco alcune ipotesi di lavoro.

La globalizzazione ha aperto nuove opportunità alle donne: ragazze cremasche che hanno trovato lavoro all’estero e donne straniere (decisamente molte di più) che l’hanno trovato qui, nel nostro territorio. Qualcosa, tuttavia, non quadra: sono numerose le colf e le badanti che effettuano, noi complici, un lavoro “invisibile”. Non si tratta di un “problema” (non solo per la collettività, ma anche per le stesse prestatrici d’opera) da risolvere, a tutela delle stesse famiglie committenti? E come?

La globalizzazione ha accelerato la corsa alla competitività a scapito del lavoro: da qui il pullulare di agenzie di lavoro interinale e di cooperative con le loro inevitabili ricadute negative sulle donne in termini di precariato e di minori tutele. Le stesse ragazze, poi, in attesa di un lavoro ufficiale che non arriva, sono di fatto condannate (talora per anni) a lavoretti sottopagati e senza coperture previdenziali. Il lavoro delle donne è cambiato: è cambiato in meglio (si vedano gli interessanti saggi in “Donne al lavoro” di Francesca Rossetti e di Cristina Pellini, nonché la memoria di una donna cremasca emigrata in Svizzera negli anni ’50-’60), ma anche in peggio. Non è ora che la nostra comunità si attivi per restituire al lavoro femminile la dignità perduta?

Non mancano, certo, colpi d’ala: donne che hanno conquistato posizioni di prestigio in ogni ambito professionale e ragazze che si stanno attivando con intelligenza e determinazione per inventare una propria nicchia professionale e per reinventarsi. Non è il caso di offrire alle donne più giovani l’opportunità di una formazione imprenditoriale?

Forte e diffusa è l’esigenza espressa dalle nostre donne, tramite questionario, di avere un lavoro che consenta loro di alleggerire la fatica di coniugare attività lavorativa e gestione familiare. Una modalità, come è noto, c’è: lo smart working. Ma perché tale opportunità diventi reale, occorre che le donne acquisiscano o perfezionino le competenze digitali. Non sarebbe utile, quindi, programmare dei corsi ad hoc, sulla lunghezza d’onda, tra l’altro, delle indicazioni stesse del Parlamento europeo? E, sempre dentro la stessa logica, non sarebbe possibile estendere ad altre imprese il modello di welfare aziendale di Zeta Service creato, non a caso, da una donna, Silvia Bolzoni?

L’Italia è malata. Gravemente malata. E lo ancora di più oggi che è flagellata dal coronavirus. Non saranno le donne a salvarla, ma queste, se saranno libere di esprimere il loro straordinario potenziale (finora largamente compresso), daranno di sicuro alla collettività un contributo determinante. Un dubbio, tuttavia, è legittimo: Crema, quale città-laboratorio, sarà davvero in grado di fare tutto il possibile per realizzare le condizioni migliori perché il miracolo accada?

piero carelli

 

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