Discorso Sindaco – 10 febbraio 2026
Care concittadine e cari concittadini,
autorità civili, militari e religiose,
cari docenti e cari giovani studenti,
ci riuniamo oggi in una giornata che ci invita a fermarci e a guardare con rispetto e attenzione a un capitolo doloroso della nostra storia nazionale: quello delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata nel secondo dopoguerra. La tragica sofferenza degli italiani imposta dalla dittatura comunista titina. Una pagina di Storia che troppo a lungo è rimasta sconosciuta, rimossa. Spesso minimizzata a sinistra come l’inevitabile esito della sconfitta bellica e specularmente strumentalizzata a destra per celare l’antefatto dell’aggressione fascista alla Jugoslavia.
Per troppo tempo le ideologie, abituate a piegare la realtà ai propri paradigmi e a rimuovere in ogni modo tutto ciò che non soggiace alla propria lettura del mondo, hanno calpestato la memoria delle vittime. Ma oggi, come popolo italiano, una moltitudine che vive nel pluralismo democratico posto sotto l’ombrello della Costituzione Repubblicana, dobbiamo avvertire la spinta morale della riconciliazione rispetto ai tempi più cupi della Storia e nella Giornata del Ricordo ci stringiamo senza distinzioni nell’omaggio a questi nostri connazionali e al loro dolore.
È una giornata che ci sollecita non solo a ricordare, ma a comprendere, a riflettere sulle ferite che la violenza, la sopraffazione e l’odio hanno lasciato in tante vite.
Non si tratta di una memoria lontana e polverosa. È una memoria che parla ancora al nostro presente, perché nasce là dove la convivenza tra popoli si rompe e viene sostituita dalla logica della contrapposizione, dell’identità imposta, dell’esclusione. Le terre del confine orientale erano da secoli uno spazio plurale: culture diverse, tradizioni differenti, religioni e lingue che si intrecciavano. Quando la politica diventa dominio, quando l’ideologia si assolutizza, quella ricchezza si trasforma in bersaglio.
Le foibe e l’esodo ci insegnano proprio questo: quando l’altro non è più riconosciuto come persona, ma come ostacolo, come nemico, come corpo estraneo, allora ogni abuso diventa possibile. E la Storia precipita.
Ricordare oggi significa assumere una posizione chiara: nessuna appartenenza etnica, nazionale o culturale può essere motivo di persecuzione. Nessuna differenza può giustificare la violenza. Nessun progetto politico è legittimo se cancella la dignità umana.
Ma il Giorno del Ricordo non è soltanto denuncia del male. È anche responsabilità verso il futuro. È l’impegno a difendere e promuovere la convivenza tra i popoli come valore politico e prima ancora morale. Convivenza non come concetto astratto, ma come pratica quotidiana: riconoscimento reciproco, garanzia di diritti, rispetto del pluralismo, dialogo costante.
L’Europa di oggi — pur tra contraddizioni e difficoltà — nasce anche dalle macerie di quelle tragedie. Nasce dall’idea che i confini non debbano più essere linee di sangue ma luoghi di incontro. Che le differenze non siano una minaccia, ma una risorsa. Che le identità non abbiano quale unico orizzonte, ineluttabile, la frizione e la conflittualità, ma che la cooperazione possa e debba sostituire la sopraffazione, che l’amicizia tra i popoli sia un paradigma possibile e necessario di progresso. Il sentimento che oggi lega l’Italia alla Slovenia e alla Croazia, nel quadro del comune riferimento istituzionale e valoriale dell’Unione Europea, ne è una felice testimonianza.
Questo messaggio riguarda anche le nostre comunità locali. Riguarda le città come la nostra, che ogni giorno sono chiamate a tenere insieme storie, provenienze, sensibilità diverse. La convivenza non è automatica: va coltivata con politiche giuste, con cultura, con educazione, con scelte amministrative che non lascino indietro nessuno e che non trasformino la paura in consenso.
C’è anche una dimensione profondamente umana che non dobbiamo dimenticare. Gli esuli portarono con sé non solo valigie leggere, ma traumi, silenzi, senso di estraneità. In molti casi non trovarono subito accoglienza, ma diffidenza anche tra gli stessi connazionali, cumulando sofferenza alla sofferenza. Anche questa è una lezione che ci interpella: una comunità è davvero forte quando sa riconoscere e accogliere il dolore degli altri, quando sa farsi casa.
Il ricordo, se è autentico, non divide: responsabilizza. Non alimenta rancori: genera consapevolezza. Non costruisce muri: chiede ponti.
Alle giovani generazioni dobbiamo consegnare un Ricordo onesto e completo, libero da strumentalizzazioni, capace di mostrare la complessità della Storia, ma chiarissimo nel giudizio sulla violenza e sulla persecuzione. E sulla corretta attribuzione del disvalore che queste sempre recano con sé. Perché senza questo tipo di consapevolezza non c’è cittadinanza piena, e senza cittadinanza non c’è democrazia viva.
Oggi onoriamo le vittime e, insieme, rinnoviamo una scelta: stare dalla parte della dignità umana, della libertà, della convivenza tra i popoli. È la scelta di chi crede che la Storia, il suo approfondimento e l’analisi di ciò che è stato possa servire non a dividerci e a divaricare i confini, ma ad emaciparci dalle degenerazioni ideologiche per renderci più giusti e più consapevoli.
Questo è il modo più onesto e più vero per ricordare. Per vivere una coscienza di popolo. Per vivere come cittadini italiani. Oggi e ogni giorno.





