Cadregari, il Tecnico Rock che considera Zeman il miglior mister del mondo…

Cadregari, il Tecnico Rock che considera Zeman il miglior mister del mondo…

Detto che Adriano Cadregari, calciofilo appassionato e preparato è un cremasco Rock, ecco una sua intervista, rilasciata tempo fa, al portele calciobresciano.it.

Non è mai banale il buon Adriano e, forse è un vero peccato che uno come lui non segua, in prima persona, il settore giovanile della Pergolettese o del Crema. Con uno come lui alla guida di un vivaio nostrano. Ne guadagnerebbe il calcio e il mondo. No? Ecco ora l’intervista – chiacchierata all’Adriano (nella fotografia è ritartto con Andrea Della Valle), colui il quale considera Zeman il miglior trainer del mondo. Mentre segue con interesse altri due allenatori. Chi? Sarri e De Zerbi. Buona lettura.

 

 

 

Dalle parole di Adriano Cadregari trasuda una passione per il Gioco che in pochissimi altri riescono a trasmettere. Gioco con la G maiuscola, Gioco inteso come divertimento, voglia, desiderio di imporre il proprio senza badare troppo a quello degli altri. Concetti chiave che hanno accompagnato la carriera da allenatore dell’uomo da Crema sia a livello di prima squadra sia nel settore giovanile, anche se spesso il suo modo di vedere il calcio l’ha fatto scontrare con chi non la pensava come lui. Nella nostra provincia il suo nome rimarrà per sempre legato al torneo di Viareggio vinto dal Brescia nel 1996, fu lui infatti uno dei principali artefici dell’impresa di venti anni fa.

Andiamo con ordine, cosa fa oggi Cadregari?

“L’ultima avventura in panchina è datata 2011, con il Matera. La società è fallita e in tanti rimasero a piedi, Ulivieri mi contattò proponendomi un ruolo in federazione come docente per gli allenatori. Non è come stare sul campo, ma mi piace e mi diverto moltissimo, ci sono confronti, scambi di idee, è comunque un compito che mi affascina. Purtroppo al giorno d’oggi nel calcio conta più la telefonata o l’amicizia giusta piuttosto che la reale competenza dei tecnici, anche se chiaramente a quelli bravi qualche possibilità viene data”.

Il campo non le manca?

“Mi manca il settore giovanile, se ci fosse una società con un progetto serio e principi legati alla crescita del giocatore e non alla ricerca spasmodica dei risultati fin dalla più tenera età tornerei subito. Il problema è che ce ne sono sempre meno e ormai chiunque guarda solo al risultato, credo sia il motivo principale per il quale il nostro calcio non sforna più talenti importanti. Ritengo che mediamente l’allenatore italiano sia il più preparato a livello europeo, poi manca il coraggio di lavorare su certi aspetti. La vittoria è una scorciatoia. Il concetto che l’allenatore bravo è quello che vince, soprattutto nel settore giovanile, è follia totale. Lo sostengono tutti a parole, poi i dirigenti cacciano il mister se non vince il campionato Giovanissimi. Quando sento queste cose non so se piangere o ridere”.

La responsabilità attuale è comunque significativa…

Di allenatori capaci in Italia ce ne sono molti, siamo un po’ carenti invece sulla loro formazione. In pochi sono in grado di aiutarli sul come lavorare, ecco perchè “allenare gli allenatori” per me è parecchio stimolante. Il grosso problema è che si tende di più a spezzettare il calcio, esercizi prima sul controllo della palla, poi sul passaggio, infine sul dribbling e così via. Non è questo il metodo, il calcio non può essere spezzettato e diviso in tante parti. Inoltre ci si inventa cose che non stanno né in cielo né in terra, come l’obbligare i ragazzi a giocare a due tocchi in allenamento. Magari uno trova una giocata pazzesca usandone tre e non va bene perchè nell’esercizio non si poteva. Il segreto per essere bravi allenatori non è conoscere gli esercizi, ma conoscere il calcio e osservare i propri ragazzi, lasciarli esprimere, spiegare eventualmente dopo dove hanno sbagliato e capire di cosa hanno bisogno sia a livello umano sia calcistico. Mi chiedo perchè vediamo a 8-9 anni giocatori che sembrano fenomeni e poi a 13 questi spariscono. Così ci tocca andare a chiedere agli stranieri, pure scarsi, di giocare per la nostra Nazionale. Forse gli allenatori dei vivai in tal senso hanno un po’ di responsabilità”.

L’intervista non può non toccare il tema della vittoria al Viareggio…

“La finale con il Parma è stata una delle poche volte della mia vita in cui volevo il risultato a tutti i costi, infatti a freddo mi vergognai per come mi ero comportato negli ultimi minuti, chiedevo all’arbitro di fischiare la fine nonostante mancasse ancora molto e fossimo in superiorità numerica. A fine torneo ero triste, perchè si chiudevano due settimane splendide in cui uno staff e un gruppo di ragazzi fantastici avevano vissuto insieme giorno dopo giorno. Non dovevamo nemmeno esserci, invece trionfammo con un gruppo di 18-20 giocatori quasi tutti bresciani, un grande orgoglio. Ho avuto davvero la fortuna di allenare una covata fortissima, dalla quale uscirono parecchi elementi che giocarono in Nazionale. Ancora oggi ad esempio mi chiedo come mai Baronio non abbia fatto una carriera al top in Europa, possedeva qualità pazzesche. Forse perchè nel calcio le situazioni sono imprevedibili e non conta solo la tecnica. Lo stesso Tagliani ha ottenuto meno di quanto meritasse, probabilmente essere l’uomo di Cadregari, visto che insieme ad Archetti me lo portavo ovunque, non l’ha aiutato”.

Il talento più luminoso era quello di Andrea Pirlo, che secondo qualcuno Cadregari faceva giocare troppo poco…

“Stupidate, perchè quando avevo a disposizione Andrea, nonostante fosse un paio di anni più giovane rispetto agli altri, dall’inizio o a partita in corso lo utilizzavo praticamente sempre. La panchina nella finale del Viareggio fa specie, non mi ricordo perchè non giocò dal primo minuto, forse c’era chi stava meglio di lui e vi assicuro che in quel Brescia la qualità, Pirlo o non Pirlo, era altissima. Provavo a trattarlo come gli altri pur accorgendomi delle sue doti incredibili. Quando accettai l’incarico per la Primavera venivo dallo Spezia, non conoscevo alcun giocatore del Brescia e su di lui mi dissero “che fa sempre quello che vuole”. Inizialmente non riuscivo a capire, poi la prima volta che lo vidi giocare mi resi conto di aver di fronte un fenomeno assoluto. Parlava poco, aspetto che non comprendevo e che allo stesso tempo mi incuriosiva. Poco tempo fa ho sentito parlare Bielsa di Messi e Ronaldo, in loro percepiva la “determinazione massima di essere i numeri uno”. Credo che per Andrea valga la stessa cosa, voleva essere il migliore e il suo talento è riuscito a coltivarlo insieme a un’attenzione e una scrupolosità per i dettagli incredibile”.

Numerose anche le esperienze alla guida di prime squadre…

Difficile indicare la piazza dove mi sono trovato meglio, a partire da Siracusa dove ho iniziato poco più che trentenne allontanandomi da casa di fatto per la prima volta nella mia vita. Anni straordinari, come quelli alla Reggiana o al Brescello, un paese di cinquemila anime dove sfiorammo la promozione in Serie C1 ai playoff. Il rimpianto maggiore è legato a Salerno, arrivai giovane e probabilmente non ero ancora pronto per un palcoscenico di quel tipo. In una circostanza ho sfiorato di sedere sulla panchina del Brescia, poi Corioni, all’ultimo, decise diversamente. Il filo conduttore comunque è sempre rimasto lo stesso, la ricerca di un gioco che facesse emozionare la gente e trasmettesse delle emozioni. Le mie squadre hanno sempre giocato per vincere, rischiando a volte di perdere, sarà per questo motivo che con i giocatori e i tifosi ho sempre avuto legami splendidi, mentre con i dirigenti un po’ meno. L’altro mio obbiettivo era far crescere i giocatori che avevo a disposizione, non ho mai avuto a disposizione corazzate per vincere i campionati, dovevo per forza migliorare uno ad uno i miei calciatori, cosa che spesso gli allenatori si dimenticano di fare, ad eccezione di Zeman che in questo rimane un maestro”.

Per fare bene nel calcio serve soprattutto una cosa…

Avere giocatori forti, sono loro che ti permettono di ottenere risultati. Per questo agli allenatori dei miei corsi ripeto sempre una cosa: dovete diventare bravi a convincere i vostri presidenti a comprare calciatori forti, sono loro che fanno grande un allenatore. Mettetevelo bene in testa”.

Stefano Mauri

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