Il discorso del sindaco Bergamaschi per la Festa della Repubblica

Il discorso del sindaco Bergamaschi per la Festa della Repubblica

Spettabili Autorità civili, militari e religiose,
care concittadine, cari concittadini,

ci ritroviamo oggi, come ogni anno, nei luoghi che le generazioni di cremaschi che ci hanno preceduti hanno inteso dedicare alla memoria nazionale, per celebrare la nascita della nostra Repubblica, un evento che ha segnato una svolta fondamentale nella storia del nostro Paese.
Il 2 giugno 1946, settantotto anni fa, il popolo italiano, attraverso un referendum istituzionale, tracciò una rotta e plasmò il proprio futuro, dando vita alla Repubblica Italiana.
Fu un passaggio che segnò il ritorno alla democrazia, rifiorita nella sua forma più piena dopo aver subìto il calpestamento mirato, violento e prolungato della dittatura fascista.
Suffragio universale maschile e femminile, affluenza dell’89%: la Repubblica nacque forte, fiera, radiosa e carica di speranza, come la fotografia di Anna Iberti, la giovane donna inconsapevolmente divenuta il volto “simbolo” di quel passaggio storico e dell’intera Italia democratica, grazie all’iconico scatto che la ritrae attraversare con la testa la copia del Corriere della Sera del 6 giugno 1946 recante la notizia dei risultati referendari, annunciata con un titolo solenne quanto solo le cose semplici sanno essere: “è nata la Repubblica italiana”.

Questo evento storico non è solo un ricordo, ma rappresenta una fonte continua di ispirazione civile ed un richiamo alla responsabilità collettiva. E così questa stessa nostra celebrazione della Festa della Repubblica deve essere un’occasione per riflettere su quanto sia importante la nostra democrazia e quanto sia necessario proteggerla, promuoverla e valorizzarla, ogni giorno. E domandarci se lo stiamo facendo abbastanza. Se siamo degni dell’eredità consegnataci.

In questi tempi nello scenario internazionale assistiamo ad un incremento delle azioni coordinate di regimi autoritari che minacciano la stabilità globale, nonché la stessa idea della primazia democratica quale modello sociale più avanzato cui tendere. Una democrazia imperfetta, quanto lo è ogni cosa di questo mondo, ma pur sempre “la peggior forma di governo, eccetto tutte le altre”, come ebbe a dire con la consueta sagacia Winston Churchill.

Non siamo al riparo dai tentativi di infiltrazione di tale pensiero. Questi regimi, attraverso la propaganda e la manipolazione culturale, cercano di minare i principi delle democrazie liberali e talvolta mi domando se gli anticorpi del nostro sistema sociale siano sufficientemente preparati per respingere l’assalto.
Mi piace pensare che la nostra Repubblica sia fondata su valori forti e duraturi, che ci permettono di affrontare queste sfide con coscienza e determinazione.
Celebrare la Festa della Repubblica significa quindi riconoscere il valore di vivere in una società libera, aperta, solidale ed inclusiva, come delineato dai nostri padri e madri costituenti. È un momento per ricordare le nostre radici, i principi fondamentali della nostra convivenza sociale e i valori espressi nella nostra Costituzione, che non è anticaglia museale, ma storia viva di cui essere costantemente interpreti.

Prendersi cura della Repubblica, interpretare la Costituzione, significa anche impegnarsi ogni giorno nel proprio ruolo, che sia nel lavoro, nello studio, nel volontariato o in qualsiasi altra forma di operosità posta a servizio non solo della realizzazione personale, ma del bene comune e del corretto funzionamento del sistema-Paese.

Un Sindaco gode di una visione privilegiata: vede l’entusiasmo dei bambini quando indossano una copia della fascia tricolore nell’aula del Consiglio Comunale o quando, semplicemente, vi fanno visita, imparando che quella stanza è la casa comune dei cittadini. Stringe le mani di persone di origine straniera, incrociando sguardi emozionati per il conferimento della cittadinanza italiana. Conosce ogni giorno la straordinaria ricchezza di talento, ingegno, generosità e altruismo che caratterizza la nostra comunità.

Non possiamo ignorare le difficoltà dei nostri tempi: l’incertezza economica, le trasformazioni sociali e le sfide globali. Tuttavia, la forza di una nazione e di ogni comunità risiede nella capacità di cogliere opportunità anche nei momenti più difficili, di navigare in acque agitate e anche, al contrario, di remare all’unisono per uscire dalle secche.
Non mancano le fatiche e un diffuso senso di rassegnazione, anticamera dell’inazione che ci deve preoccupare più di ogni altra cosa, ma c’è speranza per la nostra Italia. Una speranza che in radice risiede nella nostra Repubblica e nella sua Costituzione.

Alla vigilia delle elezioni europee, il 2 giugno di quest’anno assume, infine, un significato ulteriore, che ci impone la necessità di gettare uno sguardo di prospettiva, capace di riconoscere in quel volto sorridente di Anna Iberti di settantotto anni fa lo stesso sentimento che oggi nutre una ragazza o un ragazzo che appartiene a quella che – non senza qualche eccesso di ottimismo in termini quantitativi – viene definita “generazione Erasmus”.
Perché se ieri la speranza, dopo la guerra, risiedeva nella Repubblica Italiana, oggi, con una guerra di aggressione scatenata ai propri confini – e, di fatto, dichiarata proprio per contrastare la pacifica adesione di alcuni Paesi alla propria sfera valoriale e di influenza – quella speranza non può che crescere nei confronti di un’Europa più forte, unita e prospera. Verso una sovranità federale che nulla toglie ai popoli europei, ma al contrario aggiunge, moltiplica, rafforza.

Oggi, celebrando la nostra Repubblica Italiana, non possiamo non ricordare che l’Italia è stata Paese fondatore dell’Unione Europea, che Roma è stata un crocevia insostituibile del processo di integrazione. E che mai potremo dimenticarci di questa grande, elevata, appassionante responsabilità.

Viva l’Italia, viva la Repubblica!

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