Il ritorno di Calabiano Moresco, surrealismo all’ennesima potenza

Il ritorno di Calabiano Moresco, surrealismo all’ennesima potenza

A distanza di tempo, ancora oggi sono in molti a domandarsi perché mai quell’uomo, cui l’Amministrazione comunale aveva intitolato la principale via cittadina, avesse un nome di battesimo così strano: Tumifrasto. Precisiamo subito che fu proprio quella anomalia a spingere il personaggio sulla strada delle grandi imprese, tali, appunto, da meritarsi in seguito l’imperituro riconoscimento dei suoi concittadini.

Per cercare di svelare l’enigma si misero all’opera i migliori studiosi di storia locale, ma i risultati non furono gran che. Nacque a Chiarengo, ridente paesino del circondario e famoso per non avere niente da esibire, da modeste e operose genti, le quali però non vollero mai rivelare le ragioni dell’originale scelta, neppure al parroco, che in tal guisa minacciò di rifiutare la fonte battesimale, lanciando inoltre anatemi verso l’Ufficio anagrafe del Comune se mai questi avesse accettato una simile registrazione. Consapevoli delle pastoie burocratiche presenti e future, ché una persona non poteva assolutamente non avere un nome sebbene ci fosse un cognome, i genitori s’inchinarono alla legge civile (al prete avevano tolto il saluto) e ne scelsero uno a caso, che lo si può ritrovare soltanto negli archivi, ma di cui la memoria popolare non ne tenne conto, né traccia. Siccome all’epoca il caso fece scalpore, tutti ne parlarono e tutti, in mancanza d’altro, accettarono l’idea che quel frugolo si chiamasse Tumifrasto. E così fu.

 

La storiella era riportata su un settimanale in odore di zolfo che trattava anche delle bizzarrie locali. “Divertente ma inconcludente”, disse il maresciallo Calabiano Moresco, spaparanzato sulla poltrona in attesa del rientro del capitano, fuori per ragioni di servizio. “Se agli atti non vi è nulla al proposito, bisognerebbe indagare sulle fonti primigenie. Elementare, direi.”

“Comodo maresciallo, comodo. Mi permetta soltanto di prendere il fascicolo che sta nel primo cassetto a destra della mia scrivania, poi vado a leggerlo in fondo al corridoio.”

E non fare così, che diamine, è un’ora che ti aspetto. Novità?

“E come no?! Le solite contravvenzioni per eccesso di velocità su alcune strade provinciali, un arresto per detenzione di sostanze stupefacenti, una lite tra vicini di casa, ma senza morti. T’interessa altro?”

No, grazie. Vado avanti con le mie letture. Certo che la storia di questo Tumifrasto è intrigante. Hai letto qui?

“Sì, la conosco. C’è d’aggiungere che quel nome è diventato una specie di valore aggiunto, un piccolo richiamo per il poco turismo che c’è o, se preferisci, un biglietto da visita per i negozi d’abbigliamento che s’affacciano sulla strada. Comprare un abito in via Tumifrasto significa avere quattrini da spendere.”

Mi intriga il nome, perché è decisamente inconsueto e mi stupisce che non se ne sappia di più di quel che è riportato dalla rivista.  E non ti dimenticare che anch’io me ne porto appresso uno che mica scherza. La prima volta che ho detto il mio nome a voce alta, in caserma si sono messi tutti quanti a ridere.

“Direi affinità elettive. Nel frattempo, che ne diresti di mangiare un boccone? Mensa della caserma oppure una pizza?”

È come chiedere a un condannato a morte se preferisce la corda o la ghigliottina. Andiamo dai, vada per una Bella Napoli, però da Peppino il Rosso.

“Fin là, con tutte le pizzerie che ci sono qui?”

È una buona occasione per rompere le balle al pizzaiolo, un amico mio pettegolo come il mal di pancia: se la pizza non è buona lo arrestiamo come sovversivo comunista, e se invece la pizza è buona lo arrestiamo lo stesso per aver tentato di corrompere dei pubblici ufficiali. In compenso lui conosce a memoria il codice penale, in latino. Dimenticavo, fin là è il paese dove è nato Tumifrasto, lo sapevi?

“Se il braccio armato dello Stato viene a farmi visita, presumo che debba smettere di fare pizze per assecondare le vostre curiosità. E siccome c’è quel vecchio manico di Moresco, prevedo che sarà un interrogatorio lungo. Ma dico io, con il rispetto dovuto al signor ufficiale qui presente, ‘sto qui non poteva chiamarsi in un altro modo?”

“Sono il capitano Moresco e questo qui, come dice lei, è mio padre.”

“Cazzo, Calabia’, mica me l’avevi raccontata mai ‘sta storia.”

Peppì, si chiama capitano e basta. Dai, metti giù per tre, che ci facciamo ‘na chiacchierata, come ai bei tempi. A proposito, che mi dici di questo vostro concittadino illustre dal nome inconsueto: Tumifrasto?

“Lo sapevo che sei venuto per spaccare la minchia.”

Peppì, mi raccomando i congiuntivi.

“No, oggi non sono nel menù e se ti accontenti abbiamo solo passati remoti e futuri anteriori… Il participio presente lo facciamo domani. Raccontami, niente niente la Cia sta tramando un altro golpe ai danni dello Stato democratico?”

E smettila di dire cazzate. Piuttosto, che mi dici della famiglia di Tumifrasto?

“Pure loro implicati nel colpo di stato?”

Senti, Rosso, se non la pianti di fare il pirla ti arresto per reticenza e oltraggio a pubblico ufficiale.

“D’accordo, smettiamola con gli scherzi, perché io prendo sempre sul serio le minacce di un caramba. Ma che cosa vuoi sapere, perché i genitori l’hanno chiamato a quel modo?  Calabiano, ma ti rendi conto. Quando sono arrivato in ‘sto cazzo di paese ero un terrunciello come tanti altri, con il calzoni corti anche d’inverno. Ne sentivo parlare a scuola di quel tizio, ma cose da bambini, perché sessant’anni fa era all’apice della sua fortuna. Te l’immagini anche tu, tutto quello che faceva veniva ingigantito all’ennesima potenza dalla fantasia popolare.”

Fin qui ci siamo, amico mio, ma è mai possibili che in quella cacatina di mosca che era sto paese negli anni Cinquanta, non girassero altre voci? Chi erano e cosa facevano i genitori?

“Per quel che mi ricordo, la mamma era una maestrina e il papà lavorava in stalla. Però ci devo pensare.”

Ne sei sicuro, una maestra e un mungitore di vacche?

“Certo, chi l’ha detto mai che un’insegnante ne sappia di più di un bergamino?”

Scusa Peppì, non intendevo offendere i tuoi sentimenti proletari. Vai avanti, sforzati, che forse ci siamo!

“Maresciallo, mica stiamo cercando un assassino?”

Stiamo cercando un amore. Senti a me e dimmi se è plausibile. Non importa come quei due si siano conosciuti pur facendo attività così differenti. Però è successo e che Iddio li abbia in gloria. Dammi un altro po’ di vino.

“Papà, non ti sembra di esagerare?”

“Capitano, lasci fare. Quand’è così è meglio di Sherlock Holmes e anch’io comincio a capirci qualcosa.”

“Beati voi.”

“Capitano, lei ha mai fatto l’amore in un fienile?”

Peppì lascia perdere, ché quando è diventato ‘giovine’ quei posti lì non esistevano più. Ascolta ragazzo. Io mi chiamo Calabiano perché i miei genitori si conobbero in un paese chiamato Calabiana. Lo capisci? E da qualche parte avranno fatto pure loro le cose di rito, e le hanno fatte tanto bene e convinti che io non potevo che chiamarmi cosi. Perché in quel posto sono stato concepito. Mi segui, capitano?

“Signor Peppino, per favore, ha qualcosa per il mal di testa?”

“Sì, il resto di questa bella storia, che ormai è agli sgoccioli.”

Peppì, vedili questi due giovani belli e innamorati, che si rifugiano nel luogo più frequentato del paese. Con loro, sopra quella collinetta di fieno, ma dalla parte opposta, c’è almeno un’altra coppietta. In simili circostanze ci si lascia andare anche a voce alta e la maestrina, nella foga dell’eccitazione, di primo acchito e da persona istruita qual era, anche se in quel momento un poco confusa, non trovò di meglio che dire “tu mi frastorni”.

La frase venne colta solo in parte dai “vicini di fienile”, pure loro indaffarati in faccende private. Il resto è facile da immaginarsi, perché quando una voce passa di bocca in bocca finisce col trasformarsi in pettegolezzo. Ora provate a immaginare l’espressione stupefatta e anche infastidita della giovane donna quando, per la prima volta, si sentì malignamente apostrofare come signorina Tumi e poi com’era il finale?

Consapevole del pasticcio, ma non per questo spaventata dalla diceria ormai in libera circolazione, la maestrina decise che quell’intimo grido di passione amorosa diventasse la sua orgogliosa testimonianza, sia nel presente che a futura memoria. Peppino, abbiamo risolto il caso, beviamo alla salute del signor Tumifrasto!

“Forse ho sbagliato mestiere”, disse fra se e se il capitano Moresco, “avrei dovuto fare lo sceneggiatore cinematografico.”

Beppe Cerutti

 

 

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