La fotografia nel segno del giallo

La fotografia nel segno del giallo

Martedì 7 marzo, alle ore 18, a Palazzo di Città, Armando Cerzosimo, inaugurerà in un comune illuminato di giallo, il progetto fotografico “Perché non io?” dedicato alle donne afghane e iraniane

 

Sono le donne delle terre d’Oriente, delle Mille e una notte, “dove i profumi rallegravano l’ anima. E gli sguardi corteggiavano gli sguardi. E spingevano alla gioia. E i santi incontravano i peccatori. E ciascuno era felice della propria follia… Quanto sei bella pietra sumera, il tuo cuore ancora batte per Gilgamesh”. La Festa della Donna sarà a loro dedicata. Salerno aderisce, infatti, alla proposta di Anci e dedica le iniziative in programma per l’8 marzo alla condizione femminile in Afghanistan e Iran, esprimendo solidarietà e vicinanza alle donne di quei paesi condannando fermamente l’operato dei governi talebano e afghano affinché tutte le violenze in atto abbiano fine. La giornata della donna vuole infatti essere un momento dedicato al perseguimento della parità e dei diritti, elementi purtroppo non ancora scontati e rispetto ai quali è ancora necessario manifestare e combattere, in Italia e a maggior ragione in quei paesi in cui la lotta per i diritti è storia recente. Sembrano tutte delle schiave“, dice però la vulgata in occidente di fronte alle immagini delle iraniane pesantemente coperte dal chador (in pubblico), come vorrebbe l’hijab ortodosso preteso dal regime. E le ristrettezze in termini di hijab costituiscono un fatto reale. Ma è opportuno dissipare un poco certi luoghi comuni, per farsi un‘idea più articolata – ed equilibrata  – della situazione. Tra le ristrettezze impressiona anche l’obbligo del foulard stretto attorno al viso, che celi i capelli e la pelle quanto più possibile. Tanto più in quanto il chador è una sorta di mantello, che si mette e si leva facilmente, mentre un velo stretto attorno al viso e sul capo è in qualche modo un elemento più invasivo, più limitante perchè più intimo. Il modello cui secondo l’Islam iraniano le donne dovrebbero ispirarsi si evince dalle foto sulle carte d’identità: immagini ferocemente standardizzate, il tessuto ad avviluppare l’ovale del volto, non un capello che sporga. Tutte uguali, tutte visivamente sedate, solo così approvabili dallo sguardo di regime. E le persone di sesso femminile raramente escono bene da quest’esercizio. Ma il volto non basta, naturalmente. Nascondere le curve femminili è l’ossessione dei fanatici, o per essere più precisi dei governanti più oscurantisti e dei loro seguaci. L’obbligo del velo per le donne, nelle sue svariate gradazioni ed accezioni, implica però in questo paese un doppio binario comportamentale.

Si vietò il velo per modernizzare il paese – una mania, questa delle modernizzazioni, rivelatesi tutte traumatiche. Come prima di lui aveva fatto in Turchia Ataturk negli anni ‘20 del Novecento, ponendo fine a secoli e secoli di obbligatorietà. Risultato del divieto di indossarlo, infinite polemiche ed azioni/reazioni di una storia che oggi si è lunga un secolo: schiere di donne anziane che prima dal velo si sentivano protette, e che poi non mettevano più piede fuori di casa, sentendosi nude. Per una donna che l’avesse portato tutta la vita, uscire senza velo diventava impossibile. Rimanendo alla digressione sulla Turchia, il ritorno del rigore di questi ultimi anni, sotto Erdogan, non parla solo dell’arroganza del potere. Testimonia come il costume di coprire le donne abiti ancora nel substrato psicologico di tanta gente in Medio Oriente. Costume spesso introiettato, e difeso, dalle donne stesse. Le  storie di donne afghane, di Herat, di Kabul ma anche dei villaggi sperduti tra le montagne dell’Hindukush, definite “fantasmi velati senza voce né diritti”; sono infinite, come quelle di detenute del carcere minorile di Herat, bambine e giovanissime donne, colpevoli di “aver disobbedito alla legge tribale e alla tradizione”; fuggite ai matrimoni forzati – combinati e mercanteggiati dalle famiglie – con uomini sconosciuti, quasi sempre molto più grandi o addirittura anziani e poligami. Dire  quel no è reato; e la condanna per questa ribellione, nel caso di una minorenne, “varia da 3 mesi ad un anno di carcere”. Ma la pena non finisce qui; poi c’è la condanna sociale e, dopo la reclusione, queste ragazze  subiscono l’emarginazione da parte delle loro famiglie e della comunità. Sono reiette, spinte ai margini della società e, senza la protezione della rete familiare, non hanno la possibilità di costruirsi un’esistenza normale, e molte preferiscono morire, divenendo torce umane. Storie di donne lapidate perché sospettate di adulterio o adultere; donne velate, “fantasmi in nero”, donne che alla nostra distanza geografica e culturale, sembrano mute e quasi irreali, destini di percosse e di violenze fisiche  e psicologiche, storie di donne dopo quella “rivoluzione talebana”, che le costringe a casa e con le scuole femminili chiuse, il burqa, impedendo alle donne di lavorare, di usare cosmetici e gioielli e, di guardare gli uomini negli occhi. Oggi, alle ore 18 a Palazzo di Città, la Vice Sindaca del Comune di Salerno, nonchè  Assessora alle Pari Opportunità, Paky Memoli, inaugurerà “Perché non io?”, il progetto fotografico di Armando Cerzosimo, che sarà ospite di Palazzo di Città, insieme all’autore, che ha interpretato in quattro immagini, il tema dettato dall’Anci, per la festa della Donna. Paky Memoli, impossibilitata a intervenire, inviato un contributo, in cui ha dichiarato che il comune ha inteso aderire con grande convinzione a questa campagna promossa dall’Anci a difesa delle donne afghane, affidandosi alla forza incontrovertibile dell’arte e della fotografia. “Questa mostra esprime una ferma condanna nei confronti di tali repressioni violente, sostegno e rispetto dei diritti umani, a partire dall’uguaglianza tra uomini e donne e dalla libertà

d’espressione. Lotta in difesa della democrazia e della pace. La fotografia è verità, la fotografia non sa mentire. Guardando queste foto vediamo i sentimenti delle donne afghane attraverso il loro sguardo, specchio delle loro anime colme d’ombra”.

Fotografia autorale questa, in cui Armando Cerzosimo approfondisce quella sua particolare vocazione di accostare lirismo e civismo nelle quattro immagini che vanno a comporre il suo progetto. Chiara la lettura, di immagini forti che devono restare scolpite nell’anima per resistere a quel bombardamento che subiamo in continuazione: la sottomissione è l’immagine d’ apertura: la ragazza è con lo sguardo basso, nella seconda lo sguardo della donna è dritto e fermo sembra sfidarci, nella terza si guarda ad Oriente, dove nasce il nuovo sole e si esprime nel senso “Guardo il mio futuro”, l’ultima donna ha gli occhi chiusi, un sogno di vita, d’amore, o di morte, un sogno infranto o realizzato, tocca a noi

 

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