Scuola di educazione all’economia, sintesi dell’intervento di Emanuele Parsi

Scuola di educazione all’economia, sintesi dell’intervento di Emanuele Parsi

SCUOLA DI EDUCAZIONE ALL’ECONOMIA – ANNO III

 

“GOVERNARE” I GRANDI PROCESSI CHE STANNO SCONVOLGENDO IL MONDO

ovvero  IL PRIMATO DELLA POLITICA SULL’ECONOMIA

 

PROF. VITTORIO EMANUELE PARSI

(11 febbraio 2019)

 

IL GRIDO DELLA DISUGUAGLIANZA

E IL RISCHIO CHE CI TRAVOLGA

 

 

Furono le tasse a creare la middle class society […]

La libertà dal mercato è diventata presto la dittatura del mercato […]

Il mercato è un ottimo allocatore di risorse,

ma un pessiomo gestore della redistribuzione ovvero è un moltiplicatore di disuguaglianze

(Vittorio Emanuele Parsi, La fine dell’uguaglianza)

 

 

Le democrazie occidentali […] sembrano incapaci di mantenere la rotta,

strette tra i mentori di un populismo identitario e sovranista

e i cantori dell’oligarchia apolide e tecnocratica

(Vittorio Emanuele Parsi, Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale)

 

 

Un ritorno al passato (ma in condizioni peggiori)

 

Dopo il secolo della maggiore redistribuzione della ricchezza a favore dei più deboli – il Novecento -, negli ultimi vent’anni stiamo assistendo a un crescendo di disuguaglianze non solo tra Paesi ma anche all’interno dei singoli Paesi (si vedano i rapporti annuali di Oxfam), una situazione che ogni anno peggiora.

Non sono tanto i poveri che diventano più poveri, ma quelli che sono già al vertice della piramide sociale che diventano sempre più ricchi.

Accade anche in Italia e nella stessa Germania: se pensiamo a un’Europa come la patria dell’uguaglianza, abbiamo presente un’Europa che non c’è più (semmai c’è stata)

Le disuguaglianze, è vero, hanno caratterizzato gran parte della storia umana, almeno a partire dalla fase stanziale, ma non hanno nulla di “naturale”: sono qualcosa di “artificiale”, di “costruito” dagli uomini.

Ora, come valutare queste disuguaglianze? Dpende dai nostri “valori”: se consideriamo come valore esclusivamente il “merito”, tendiamo a giustificare le disuguaglianze e a sostenere che i poveri sono tali per loro colpa; se consideriamo, invece gli uomini in quanto “uomini”, non possiamo considerare nessun uomo come uno scarto della società.

 

Un’invenzione geniale: il ceto medio

 

Come è accaduto che il Novecento sia diventato il secolo in cui si è registrato il maggior contenimento delle disuguaglianze? Perché nel Novecento lo Stato liberale ha dovuto affrontare il problema della inclusione nello Stato stesso delle masse dei lavoratori (da sempre escluse dalla stanza dei bottoni), un’inclusione che non poteva esaurirsi nel suffragio universale, cioè nella semplice diffusione dei diritti politici.

Da qui, giusto per ridurre le disuguaglianze sociali, la geniale invenzione del “ceto medio”: un’invenzione che rispondeva anche a una chiara esigenza del capitalismo che era quella di superare le periodiche crisi di sovrapproduzione e di conseguenza di allargare la classe dei “consumatori” (un’invenzione, quindi, che rispondeva sia a un’esigenza “politica” che a un’esigenza “economica”).

 

Una lezione che la nuova “narrazione” ha spazzato via

 

È stata, poi, la grande crisi del ’29 che ha creato le condizioni per l’accelerazione del processo di redistribuzione della ricchezza, una crisi che ha dimostrato ancora una volta che il mercato non è in grado di autoregolarsi. È stato il presidente americano Roosevelt che negli anni Trenta ha avviato tale processo portando l’aliquota fiscale massima dal 24% a ben il 63% (un’aliquota che, poi, a metà degli anni Cinquanta toccherà il 91%).

Un criterio, questo, che fino a ieri era ritenuto “logico”, “ragionevole”, “giusto”, come oggi è considerato “giusto” il contrario (la tendenza, cioè, a tagliare le imposte sui ricchi e a contenere la progressività delle imposte stesse).

Come mai ieri era considerato logico quello che oggi è ritenuto illogico? È una questione di egemonia delle idee. Ora, che cosa c’è dietro l’egemonia delle idee? Una battaglia culturale che si fonda su “valori”: sono i “valori” che guidano gli “interessi” e li rendono accettabili.

Sono i valori che dovrebbero costituire il criterio per valutare anche la diatriba del giorno, vale a dire tra chi si batte per l’indipendenza di Bankitalia dal Potere politico e chi vuole mettere mano sui lingotti d’oro della Banca centrale in nome dell’interesse generale. Di sicuro a prevalere deve essere la decisione “politica” perché è preferibile che le decisioni vengano prese da istituzioni democratiche e in modo trasparente piuttosto che da Poteri senza legittimazione democratica. Si tratta, tuttavia, di evitare sbandamenti sia da una parte che dall’altra: la Banca centrale non può diventare il bancomat dello Stato (non lo è in nessun Paese occidentale) e in nessun Paese occidentale la Banca centrale prende decisioni senza tener conto delle scelte del Tesoro (anche negli Usa nonostante il rapporto conflittuale a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi).

 

Una economia non “della conoscenza”, ma “delle conoscenze”

 

Alcune puntualizzazioni.

  • Il ceto medio è stato creato, sotto il profilo economico, non solo per allargare la platea dei consumatori, ma anche per creare tanti piccoli imprenditori: come è noto le aziende medio-grosse hanno favorito la fuoriuscita di operai bravi e la loro trasformazione in imprenditori (è quello che viene chiamato capitalismo “popolare”).
  • Il mercato ha la funzione preziosa di tenere a bada gli eccessi di potere dello Stato (pensiamo alla borghesia nascente che si è battuta contro i lacci dello Stato); lo Stato, a sua volta, ha il compito, altrettato prezioso, di temperare gli eccessi del mercato. Quello che è sotto i nostri occhi è il frutto della rottura di questo equilibrio e dello smantellamento del ruolo dello Stato in nome della libertà del mercato da ogni vincolo (anche dei mercati finanziari). Tutto questo non è caduto dal cielo, ma è il risultato di precise decisioni politiche.
  • Le decisioni politiche vengono prese sulla base di valori: il lavoro minorile non è scomparso nel mondo occidentale perché ritenuto non più conveniente, ma perché si era formato un diffuso e forte movimento di opinione contraria allo sfruttamento dei bambini.
  • Senza valori, senza in primo luogo l’equità, non è pensabile che i cittadini si riconoscano nello Stato.
  • Senza equità non siamo in grado di ascoltare il grido della disuguaglianza e capire che rischiamo di essere travolti.
  • Senza valori non possiamo neppure concepire il valore della stessa economia.
  • Stiamo attenti a non cadere nella trappola della meritocrazia. Il merito non è tutto e quindi non può diventare un parametro universale, tanto più in un mondo di “immeritevoli” (perfino tra i premi Nobel). La nostra non è l’economia della “conoscenza”, ma delle “conoscenze” (coloro che rientrano nell’1% più ricco degli Usa lo sono non perché meritevoli, o per qualche talento, ma per via delle relazioni intessute al tempo dell’università).
  • I valori possono camminare solo se siamo in grado di renderli “forti”, cioè “convincenti (senza il consenso, i valori rimangono all’interno di una élite aristocratica).
  • Abbiamo perso l’abitudine a confrontarci e per noi esprimerci vuol dire “schierarci”.
  • Abbiamo perso la “laicità”, vale a dire l’abitudine ad affrontare le questioni con spirito libero, appunto laico.

 

QUESTION TIME

 

Luoghi comuni e addirittura vere e proprie mistificazioni

 

  • Non è vero che la tecnologia provoca automaticamente la perdita di posti di lavoro perché, semmai, accrescendo la produttività, può garantire una riduzione dell’orario di lavoro per tutti.
  • Non è vero che gli investimenti debbano essere effettuati solo da privati: solo lo Stato, infatti, è in grado di attivare investimenti massicci in infrastrutture che prevedono il rientro dei capitali investiti a lungo termine (si veda “Lo Stato innovatore” di Mariana Mazzucato).
  • Non è detto che la spesa pubblica debba essere considerata esclusivamente come “costo” perché può svolgere la funzione di accrescere la domanda aggregata e quindi diventare una risorsa.
  • Non è affatto scontato che il surplus commerciale sia un bene in sé. Forse che i cinesi oggi stanno peggio perché esportano di meno di ieri e consumano (importano) di più? Forse che i tedeschi sono più ricchi grazie al loro rilevante surplus commerciale se pensiamo alla loro politica della moderazone salariale (giusto per aumentare la competitività e quindi le esportazioni), del lavoro precario e dei milioni di mini-jobs?
  • Non è per nulla certo che l’euro abbia creato solo vantaggi: con l’euro, infatti, le economie europee sono diventate più divergenti di prima.

 

 

 

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