Short story, cucina alternativa

Short story, cucina alternativa

Devi sapere che il Pépàsh è un ristoratore ambizioso: vuole distinguersi, uscire dalla norma, stupire. Visto che in cucina è bravo, nulla gli vieterebbe di proporre ai clienti un piatto di polenta e baccalà, che se è fatto bene, l’è sempre un bel mangiare! Nossignori! Lui propone polenta accompagnata con coda di caimano affumicata, che è una stronzata monumentale. Ma lasciamo perdere e ti racconto. Entrati che siamo, tavolo prenotato per cinque, t’incontriamo mica il Zilioli? Costui si vanta di essere un cattedratico dello scopone scientifico tanto che, presso tutti i circoli Arci e Acli, si è guadagnato il soprannome di “partitapersa”. Ci consiglia un cambio di menu: acciughe sotto sale affogate nello zabaione condito con il marsala, nuova specialità della Casa.

Adesso, non faccio per dire, ma tu prova a immaginare  cinque disgraziati che per sopravvivere alla preventivata polenta (trattasi pur sempre di una curiosità) si erano premuniti trascinandosi appresso un quintale di Alkaselzter. Ecco: il panico assoluto, che è stato efficacemente sintetizzato da una frase corale e profondamente condivisa: “Cazzo no!” Ma alle nostre spalle la porta era già stata blindata. Oltre ai sunnominati piatti, ci siamo dovuti sorbire un brodo di pellicano altoatesino, spaghetti con  maionese e chiodi di garofano, noce moscata al forno e, infine, gelato panna e melanzane. Omaggio della Casa, un sigaro ricavato da alghe essiccate.

Mentre sto scrivendo questa pietosa cronaca mi trovo al Pronto soccorso dove, con sconto comitiva, ci  è stata praticata un’energica lavanda gastrica.  Il medico di turno, un mio amico, mi guarda e chiede: “Ma che cazzo avete bevuto?” “Barolo del Nepal”, rispondo.

Beppe Cerutti

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