Short story, memorie di un asino

Short story, memorie di un asino

Provate a considerare la questione dal mio punto di vista: non è mica vero che l’occhio del padrone ingrassa l’asino. Forse il cavallo, ma noi di sicuro no, che quando vediamo l’occhio nella migliore delle ipotesi sono bastonate, perché a quello lì non si sa mai cosa gli passa per la testa. Per esempio: quando finalmente ha capito l’effettivo valore delle unità di misura in uso nel settore trasporto merci, in ragione delle quali un quintale è la decima parte di una tonnellata, s’è messo a bestemmiare e mi ha accusato di essere un lavativo, salvo poi attaccarsi alla coda quando s’andava in salita.

Quelli che invece hanno capito tutto fin dall’inizio sono stati gli alpini, gente tosta e con le spalle larghe ma, cazzo, non è che oggi le guerre di montagna vadano di moda, per cui sono stato relegato a effige pittoresca per poi finire in pentola. Lì dentro, mica per dire, ci faccio la mia bella figura, se non fosse per qualche testa di cazzo di ristoratore che compra all’ingrosso e non è capace di distinguere un asino da un mulo o da un somaro. Addirittura mi hanno umiliato collocando le mie orecchie ai lati di un cappellaccio a cono, da mettere sulla testa dell’ultimo della classe.

Uno di questi qui è un mio amico e quando c’incontriamo ci mettiamo insieme a giocare a calcio. Lui fa il portiere e io gli sparo i rigori con gli zoccoli posteriori. Uno spasso, perché gli tiro di quelle sassate che una volta è caduta la porta: ooh, non quella dei campi sportivi, quella di casa sua. Quando riesce a prenderli poi rientra con le dita che sembrano cetrioli e la mamma si è ormai rassegnata: non diventerà mai un pianista. Io ci spero, perché se mi prende lui per la cavezza io lo porto fin su agli alpeggi elvetici, dove vive la mia bella. Aria fine. Tra una sòma e l’altra, in genere sigarette o materiale bancario molto riservato, ha trovato anche il tempo per studiare danza classica. Una vera finezza. E lì, da quelle parti soprattutto, l’asino è l’asino, il mulo è il mulo e il somaro è il somaro. E non c’è nessun occhio del padrone che c’ingrassa, perché quello guarda solo le mucche Simmenthal.

Beppe Cerutti

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