Per la gran parte degli italiani il nome “Codogno” evoca facilmente lo spettro del Covid19, con il primo paziente conclamato, la prima zona rossa e tutto ciò che da quella maledetta mattina di febbraio raggiunse in pochi giorni l’intera penisola.
Per i più golosi, invece, soprattutto nella bassa, Codogno ricorda il sapore dolce degli omonimi biscotti tipici, artigianali, dalla pasta semplice, friabile, tanto leggera quanto gustosa (che solo a parlarne viene l’acquolina in bocca…).
Codogno è anche la città dove ha sede la scuola di musica ( la “Music Way”) dei miei amici Giovanni Lunati e Andrea Cremonesi, con cui negli anni scorsi ho portato in giro per la Lombardia uno spettacolo poetico-musicale ideato dal cantautore Gianluca Gennari. E Codogno è anche la città del mio oculista di fiducia (la vita a volte presenta strane coincidenze…).
Questo per dire che ho diversi legami personali con la città. Ma oltre a questi legami, ce n’è uno molto più forte e profondo, che riguarda la mia famiglia, in particolare mio padre, Renato Cappellini, vecchia gloria di Inter, Roma, Como ecc.
Moltissime persone, in tutta Italia, si ricordano ancora di lui, tanto che spesso riceve lettere e fotografie da autografare da parte di vecchi tifosi, semplici amanti del calcio (soprattutto del calcio di una volta) o collezionisti di cimeli sportivi. Ma è nel mondo del giornalismo sportivo che in tanti lo associano alla città di Codogno. Sì, perché quel luogo segnò per sempre la sua vita, la sua carriera, il suo futuro.
Cresciuto fin da bambino con una spiccata propensione per il calcio (o meglio, come si dice dalle nostre parti “il pallone” o in dialetto “el balú”), fu proprio nel periodo in cui dall’oratorio di Soncino era passato a giocare nelle giovanili del Codogno, che venne scoperto dal grande Giuseppe Meazza in persona e fu proprio Meazza a portarlo a Milano, per poi permettergli di debuttare nell’Inter, a soli 19 anni (era il 1963), partecipando alle gesta della Grande Inter di Helenio Herrera (Presidente Angelo Moratti) al fianco di altri grandi del calcio di allora come Mazzola, Facchetti, Suarez, Corso e… non sto a menzionare tutta la formazione, che in molti ricordano ancora a memoria. Tutti calciatori che lasciarono tracce profonde nel calcio italiano.
Uno dei ricordi che mio padre conserva di più di quel periodo, e di cui parla ancora oggi nelle interviste che gli capita di fare, è la partita amichevole che Meazza organizzò a mo’ di provino, facendo incontrare a San Siro i giovani del Codogno e i giovani dell’Inter. Fu proprio lì che lo notò e lo segnalò e dev’essere stato così convinto che solo una settimana dopo, in un’altra partita che si tenne, sempre a San Siro, prima della finale Inter-Santos (dove c’era il mitico Pelé!) il giovanissimo Renato Cappellini indossò per la prima volta la maglia nerazzurra. E da lì decollò una radiosa carriera che lo portò nei più importanti stadi italiani e stranieri.
Ma torniamo a Codogno.
Fin da bambina ho sentito parlare della Codogno di quegli anni come di un tempo felice, di fatica e di sudore, ma anche di pagine di vita ricche di umanità. Ancora oggi mio padre parla volentieri dei fratelli Molinari, l’uno Presidente e l’altro allenatore delle giovanili e della prima squadra. Da quando lo videro tirare i calci al pallone in un torneo notturno, proprio a Codogno, cominciarono ad affezionarsi non solo al campione in erba ma al ragazzino Cappellini (non aveva ancora sedici anni) e lo vollero a tutti i costi a giocare nella loro squadra. I fratelli Molinari erano due persone che sapevano offrire molto anche in termini umani, non solo professionali o sportivi. Tra gli aneddoti che mio padre racconta sempre con piacere c’è quello in cui gli regalarono della stoffa (loro avevano un bel negozio di capi di abbigliamento e di tessuti) perché si facesse fare un abito su misura. Lo vedevano sempre con lo stesso vestito e avevano capito che non si poteva permettere un completo nuovo. Renato era l’ultimo di sette fratelli e la vita di campagna, in quegli anni, non era affatto semplice.
E dice sempre che con quella stoffa si fece fare un bell’abito da un cugino sarto e che si stimava quando lo indossava, anche perché quel vestito per lui non era solo bello e con una stoffa di alta qualità, ma rappresentava un qualcosa di affettivo, il frutto di una grande generosità.
Un altro ricordo, che coinvolge sempre i Molinari, riguarda il fratello allenatore. Sapendo che il giovanissimo Renato non aveva mai preso un treno in vita sua, decise di accompagnarlo in una lunga trasferta fino a Sorrento, dove si disputava un torneo tra rappresentative di diverse regioni. E tornarono vincitori proprio grazie a un gol del suo pupillo Cappellini.
Con il passare del tempo, il negozio di abbigliamento dei fratelli Molinari era diventato per mio padre un punto di riferimento, al di là del calcio. Era lì che si mi fermava spesso, prima o dopo una partita; era un po’ il suo rifugio quando aveva dei tempi morti, tra un allenamento e l’altro, o quando doveva aspettare il pullman per tornare a Soncino. Era un viaggio non da poco quello, visto che doveva transitare per Crema e poi, una volta a Codogno, farsi quasi due chilometri a piedi per arrivare al campo da calcio e altrettanti per tornare indietro. Quando ce lo racconta, o lo racconta alle nipoti, commenta sempre: “Non so quanti giovani oggi farebbero dei sacrifici del genere!”. Ma lui aveva fame di calcio e voleva dimostrare che i Molinari non avevano sbagliato a credere in lui.
Un giorno, passando nella via del loro vecchio negozio, in pieno centro storico, ci fermammo alla storica pasticceria che sforna i famosi biscotti e chiesi a mio padre se a quei tempi fosse consentito a un calciatore in erba frequentare le pasticcerie. Mi rispose che il problema non erano tanto il peso e la linea, ma che non guadagnava ancora abbastanza per permettersi le soste in pasticceria.
Erano anni difficili, ma erano anche gli anni più belli del calcio, quel calcio genuino, dove non c’erano manager, sponsor, diritti televisivi ecc. Dove la passione sovrastava tutto, dove anche un ragazzo di provincia, proveniente da una famiglia tutt’altro che benestante, poteva spuntare dal nulla e venire selezionato da grandi dirigenti sportivi e finire a giocare a San Siro o al Bernabeu.
Quant’era bello il calcio di una volta, anche se i palloni sembravano di piombo e le maglie bagnate pesavano come macigni.
Quant’era bello il calcio di una volta…
Ecco, per i media lodigiani e il web, come la figlia (poetessa e scrittrice) Cristina Cappellini ha raccontato gli inizi a Codogno, nel calcio, del padre Renato, approdato poi alla Grande Inter…
Ex assessore alla Cultura della Lombardia, durante il quinquennio (da Chapeau) dell’allora governatore Roberto Maroni, Cristina oggi, purtroppo è lontana dalla politica. Ed è un vero peccato, persone come lei, alla nostra Italia, fanno solo bene.
stefano mauri





