Carlo Cottarelli a Crema, la sintesi dell’intervento del 21 gennaio per la Scuola di educazione all’economia

Carlo Cottarelli a Crema, la sintesi dell’intervento del 21 gennaio per la Scuola di educazione all’economia

Riportiamo una sintesi dell’intervento dell’economita Carlo Cottarelli intervenuto lunedì 21 gennaio alla serata organizzata dalla Scuola di edicazione all’economia e nell’immagine la locandina del prossimo incontro.

 

 

SCUOLA DI EDUCAZIONE ALL’ECONOMIA – ANNO III

 

“GOVERNARE” I GRANDI PROCESSI CHE STANNO SCONVOLGENDO IL MONDO ovvero  IL PRIMATO DELLA POLITICA SULL’ECONOMIA

 

CARLO COTTARELLI: “GOVERNARE” LA GLOBALIZZAZIONE:

CON QUALI ORGANISMI GLOBALI?

(21 GENNAIO 2019)

 

UNA COLOSSALE REDISTRIBUZIONE DEL REDDITO

A FAVORE DEI PIÙ RICCHI

 

Governare la globalizzazione? Un problema di difficile soluzione, ma se si decide di interromperla, si dovranno pagare i costi.

 

Centinaia di milioni di lavoratori che fanno concorrenza ai lavoratori dei Paesi avanzati

 

Quali sono gli effetti della globalizzazione (nella sua triplice dimensione di flussi di merci, di capitali e di persone)?

Di sicuro la globalizzaizone ha aperto ad alcuni Paesi emergenti, in primis alla Cina e all’India, opportunità straordinarie che hanno consentito di liberare centinaia di milioni di persone dalla condizione di povertà e di fame.

E per i Paesi avanzati? C’è stato l’effetto farfalla: l’immissione sul mercato globale del lavoro di centinaia di milioni di contadini nel settore manifatturiero ha provocato una compressione complessiva, in termini reali, dei salari nel mondo sviluppato. Si tratta di una semplice legge economica: quando sul mercato globale l’offerta di lavoro è maggiore dell’offerta di capitale, il lavoro perde di valore. Se, in altre parole, i contadini cinesi sono disposti a lavorare nelle fabbriche con salari inferiori a quelli percepiti dai lavoratori dei Paesi avanzati, i capitali non possono che spostarsi laddove la forza lavora costa meno. La forza lavoro dei Paesi occidentali, quindi, diventa meno preziosa perché sul mercato globale appunto a causa della concorrenza dei lavoratori della Cina e dell’India.

 

I vantaggi dei consumatori occidentali

 

La conseguenza? In un mondo in cui è abbondante l’offerta di lavoro (rispetto al capitale) il reddito si sposta dal lavoro al capitale (ad ecccezione di alcune nicchie professionali di alta specializzazione dove la domanda è più elevata dell’offerta).

Abbiamo assistito dunque a una colossale redistribuzione del reddito: dai redditi più bassi e medio-bassi ai redditi più alti. E questo è accaduto giusto con l’accelerazione della globalizzazione che è avvenuta in seguito alla caduta del Muro di Berlino: se nel 1980 l’1% dei più ricchi percettori di reddito degli Stati uniti riceveva il 9% del reddito complessivo, oggi ne riceve il 21%, una quota vicina, non a caso, a quella raggiunta nel 1910 quando il livello di globalizzazione era decisamente elevato.

A dire il vero le interpretazioni di tale fenomeno sono due: vi sono coloro che attribuiscono un ruolo maggiore alla tecnologia (lo stesso FMI) e altri, tra cui il sottoscritto, che ritengono prevalente il ruolo giocato dalla globalizzazione. La prova è data dal fatto che tra il 1910 e il 1980 il cambiamento tecnologico è stato di grande impatto e, ciò nonostante, abbiamo avuto una redistribuzione del reddito a favore del lavoro.

Il quadro, quindi, è il seguente: i salari nei Paesi avanzati hanno registrato una compressione, il reddito si è spostato verso il capitale e i redditi più alti; nello stesso tempo, però, i consumatori occidentali hanno avuto il vantaggio di acquistare beni e servizi importati dai Paesi (ormai ex) emergenti a prezzi più contenuti.

 

Una manovra che si è rivelata rischiosa

 

La redistribuzione del reddito dal lavoro al capitale ha prodotto una caduta della domanda cosiddetta aggregata, considerato che i ricchi, pur spendendo molto, non sono in grado di colmare la riduzione della domanda dei percettori di redditi medio-bassi. Un problema che negli Usa è stato affrontato dalla Federal Reserve abbassando i tassi di interesse per consentire ai ceti medio-bassi di indebitarsi con costi modesti e così consumare di più. E in effetti i consumi sono cresciuti, ma… un eccessivo indebitamento può provocare instabilità. Ed è quanto è accaduto nel 2007-2008 con la crisi finanziaria che ha fatto crollare il castello di carta dei “derivati” (introdotti dalla finanza creativa americana giusto per coprire l’indebitamento delle famiglie).

 

Contrastare la crescente disuguaglianza sociale: come?

 

Questa la diagnosi. Quale la cura? È possibile una nuova redistribuzione del reddito a favore del lavoro e che contrasti la crescente disuguaglianza sociale (con i ricchi che diventano sempre più ricchi)?

Se sì, come? Interrompendo il processo di globalizzazione?

  • Se si dovesse interrompere il processo in corso, i consumatori occidentali ci perderebbero.
  • Quando poi si inizia a imporre delle tariffe inevitabilmente si crea una guerra tariffaria dagli esiti imprevidebili.
  • Interrompere quindi la globalizzazione è un’operazione quanto meno rischiosa, tanto più se pensiamo alla lezione della storia. Difficile quindi tornare indietro.

Ma come invertire la redistribuzione del reddito?

Da sempre la redistribuzione del reddito a favore dei ceti più poveri è stata effettuata grazie a una tassazione progressiva. Quello che è avvenuto negli ultimi decenni, invece, è stato il contario: il livello di tassazione sui redditi più alti si è considerevolmente ridotto e ciò è accaduto grazie alla stessa globalizzazione perché in un mercato globale i capitali si spostano laddove la tassazione è inferiore e gli stessi Paesi europei fanno a gara ad abbassare le tasse pur di attirare capitali esteri.

 

Una soluzione “globale” o quanto meno “europea”

 

Proprio perché siamo di fronte a un problema globale, non possiamo che risolverlo a livello globale. È da tempo, da quando ho avuto un ruolo di rilievo nel FMI (dal 2008 al 2013), mi sono battuto per la creazione di un’organizzazione mondiale della tassazione col compito di coordinare le politiche fiscali.

Nel frattempo, in attesa che maturino le condizioni per tale organizzazione, dovrebbe essere la stessa Europa a prendere l’iniziativa di coordinare, al proprio interno, tali politiche impedendo, ad esempio, all’Irlanda di fare una concorrenza sleale agli altri partner europei.

Sarà un’impresa ardua, ma non vi sono altre vie.

Come sarà arduo regolamentare, ancora di più di quanto si sia fatto dopo la crisi finanziaria del 2007/2008, il mercato finanziario che spesso ha una sua autonomia rispetto all’economia reale: occorre impedire, ad esempio, alle banche (a meno che non siano banche di affari) di investire in titoli a rischio con i soldi dei risparmiatori.

 

31 miliardi di euro ogni anno per le piccole e medie inprese solo per compilare moduli

 

Andare alla ricerca di solzioni globali non significa rinunciare al ruolo nazionale. In Italia, ad esempio, c’è molto da fare che solo noi possiamo fare:

  • tagliare la burocrazia: abbiamo troppe leggi, lunghe e scritte male (21.691 nel 2007 contro meno di 10.000 in Francia, meno di 5000 in Germania, circa 3000 in Gran Bretagna); ogni giorno ci sono 174 riscorsi al sistema di giustizia amministrativa; solo per compilare moduli le imprese spendono 31 miliardi di euro; una riduzione del 25% dei costi amministrativi dei processi burocratici per le picole e medie imprese porterebbe, dopo quattro anni, a un Pil più alto di un punto percentuale;
  • combattere con più efficacia l’evasione fiscale (almeno 130 miliardi di euro l’anno): se dal 1980 l’evasione fiscale fosse stata di solo un punto percentuale del Pil più basso, il nostro debito pubblico, tenuto contro del risparmio degli interessi, sarebbe ora del 70-75% del Pil!;
  • stroncare la corruzione che danneggia il meccanismo della concorrenza e distorce la spesa pubblica[1].

Dobbiamo ricordare che più è alto il nostro debito pubblico, meno siamo sovrani (la Svezia che ha un debito pubblico del 40% del Pil di sicuro è più sovrana dell’Italia).

 

Un ascensore sociale per tutti

 

Dobbiamo puntare a far crescere la produttività (che non è cresciuta, tra l’altro, neppure negli Usa nonostante il ruolo giocato dalle tecnologie informatiche)

E dobbiamo puntare ad assicurare a tutti pari opportunità di partenza (l’uguaglianza di reddito è utopica, ma l’uguaglianza di opportunità non solo è un diritto di tutti, ma il garantirla è un dovere della collettività) e a far funzionare quell’ascensore sociale che negli Usa per un certo periodo ha funzionato e che ora si è inceppato, offrendo a tutti, ad esempio, scuole che funzionano.

Più che distribuire reddito, occorrerebee investine nel futuro, in primis nella formazione del capitale più prezioso che è quello umano.

Ma chi in Italia ci pensa?

 

[1] Mi sono permesso di inserire alcune integrazioni, per quanto riguarda l’Italia, tratte da Carlo Cottarelli, I sette peccati capitali del’economia italiana, Feltrinelli, Milano 2018.

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