La memoria della ringhiera, Premiata ditta Castagne&Fiorentina

La memoria della ringhiera, Premiata ditta Castagne&Fiorentina

La partita cominciava alle due e da casa allo stadio mi ci voleva circa un’ora: filovia fino a piazza Zavattari e un po’ di tacco e suola ad andatura sostenuta. Stessa menata al ritorno e già la mia piazzetta sonnecchiava tra il lusco e il brusco: il grande portone della chiesa, fiocamente illuminato e in attesa dei fedeli spiccioli per la messa delle sei, quasi volessero nascondersi. E poi le luci delle vetrine del Bar Sport, sfavillanti nonostante la condensa causata dalla ciurmaglia degli avventori, ognuno preoccupato di narrare fin nei particolari la propria avventura domenicale. Per me quel posto era vietato: tì te sett ànmô piscinîn, scàrliga merlüss. Se ci penso m’incazzo ancora adesso: ma come?! i miei lasciavano che andassi da solo fino a San Siro, che è dall’altra parte di Milano, e quelli lì, bàüsciôni, non mi facevano entrare nella mischia, dove tutti sapevano chi ero fin dalla nascita. A nulla serviva la scusa che stavo cercando mio zio, ché era proprio lui il primo a buttarmi fuori: vàa a cà nàrigiàtt, che l’è târd.

Col fischio, neanche per le balle di andarmene a casa.

A quel tempo avevo poco più di una dozzina di anni sulle spalle e il permesso di uscire di casa anche quando il pomeriggio faceva buio presto e saliva la nebbia. I vecchi la chiamavano in vari modi: nêbia, bôrda, ghêba, ghibêra. Per tutti rimaneva sempre la scighêra, anche quando era bella tosta come la farina di castagne, che gli dicevano la nèccia.

Dall’altra parte delle piazza c’era il mio amico della domenica, el càstegnàtt, che vendeva le ultime caldarroste a quelli che uscivano dalla messa: il misurino piccolo 15 lire, quello grande il doppio e il grandissimo 50, ché con quello, insieme a un bicchiere di vino, ci facevi anche la cena. Mi toglievo i guanti di lana e allungavo le mani sopra la stufa rotonda: “Quante me ne dai per 10 lire?” “Oh grullino, quel che m’avanza, ma dopo che quei bischeri sono usciti di chiesa.” Sì, perché quella vecchia ombra nella nebbia era un toscano, ringhioso solo per divertimento, e quando parlava mi sembrava che dalla bocca gli uscissero frustate. S’addolciva soltanto se di mezzo c’era la Fiorentina, quella che nel ’56 aveva vinto il campionato ed era sempre lì a giocarsela per il primo posto: “Te tu vedrai, che quest’anno lo scudetto tricolore ce lo rimettiamo sulla maglia” e io avevo ormai imparato a memoria la formazione del ’56: Sarti (“Non è come il grande Costagliola ma si farà… E poi non ti scordare Toros, uno in gamba”), Magnini e Cervato, che manco le mosche gli scappavano; e poi lì in mezzo al campo, a far muraglia per poi rilanciare palloni su palloni, Chiappella, Rosetta e Segato; in avanti giocavano Julinho, Montuori, Virgili, Gratton e Prini. “Te li sogni tu… Te col tuo Boniperti e il Preast ci fate ‘na pugnetta, ci fate…”

Quella domenica era il 2 novembre 1958, giorno dei Morti, e la sua grande, grandissima viola dell’Arno aveva impattato per tre a tre contro la mia altrettanto amata Juventus, mentre Milan e Inter avevano pareggiato il derby della Madonnina. Come mi aspettavo, perché così era sempre quando si chiacchierava di calcio, venni aggredito verbalmente: “A voi bischeri l’è andata proprio bène, ché se la partita la durava un altro poco ancora, pure io segnavo tanto ch’eravate in bambola.” Poi, quale rafforzativo, scaraventò verso quel che restava del cielo un “porca-maremma-maiala-bucaiola” che sovrastò d’una spanna almeno, ma forse qualcosa di più, la voce metallica e gracchiante dell’immancabile radiolina a transistor, gioiello tecnologico sempre acceso, e che gli costò almeno due cartocci di castagne, di quelli da trenta lirette. Colpa mia, c’era da scommetterlo, ma ormai non ci facevo più caso: lo aiutavo a rimettere in ordine la mercanzia e poi lo guardavo allontanarsi dentro la scighêra mentre pigiava i pedali del triciclo un poco malandato ma ancora dignitoso, come si addiceva alla Premiata Ditta Castagne&Fiorentina. In tasca mi restava, come al solito, un cartoccio di castagne ancora calde e anche le ultime dieci lire della mancia.

Beppe Cerutti

 

La foto è stata presa dalla pagina facebook Milano sparita e da ricordare
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