Short Story, Loch Ness

Short Story, Loch Ness

C’era un volta un cupo specchio d’acqua chiamato Loch Ness e si trovava nelle fredde terre conosciute come Highlands. Era la dimora di Nessie, creatura che, con buone ragioni degli abitanti del luogo, s’era guadagnato il nome di mostro, benché fosse uno dei tanti cavalli d’acqua (Each-Uisge) dotati di malvagi poteri magici e che, se vi capiterà di andare in Scozia, sono inclusi nei pacchetti turistici proposti dalle agenzie di viaggio di tutto il mondo. Da quelle parti non c’è un solo Loch, sia questi un lago, laghetto, pozza o pozzanghera, che non abbia una sua personale favola da raccontare, perché da quelle parti maghi, fate, giganti, elfi e streghe hanno messo su casa da svariati millenni contribuendo così a creare un paesaggio leggendario, conturbante, misterioso e anche inquietante.

Ma torniamo a Nessie. Come i suoi simili era un cacciatore malvagio che, per catturare le prede, assumeva le sembianze che meglio si adattavano alle situazioni del momento. Per esempio: se una giovane pastorella passeggiava lungo la riva inseguendo chissà quali sogni, il mandrillo assumeva le sembianze del principe azzurro, la circuiva con lusinghe e moine e nel momento dell’abbraccio, zacchéta, la trascinava sul fondo delle acque del lago, dove poi la cucinava in carpione alla gaelica, cioè la versione locale di una ricetta che gli aveva trasmesso un suo omonimo del lago Maggiore. Insomma, sventurati o temerari che fossero, degli umani capitati da quelle parti pochissimi si salvavano, solo quei tanti necessari per tramandare ai posteri la loro sconvolgente esperienza.

Successe un giorno che l’Aziende di soggiorno di Inverness gli fece sapere che era attesa una comitiva di turisti proveniente dall’estero. Il messaggio era chiaro: “Sappiamo che sei allergico alle masse, ma non fare il pirla. Un’apparizione fugace e via. In caso contrario non ti rinnoviamo il contratto.”

Gli va riconosciuto il merito di averli terrorizzati secondo le migliori tradizioni, ma nel fuggi fuggi generale qualcuno abbandonò sulla riva del lago un personal computer e Nessie, dopo qualche titubanza, si lasciò vincere dalla curiosità: “Che cazzo sarà mai sta roba qui?” Non sapendo quale identità assumere, decise di uscire dalle acque nella versione casalinga, che è poi quella che abbiamo imparato a conoscere tramite le immagine confuse che hanno fatto il giro del mondo.

Tocca di qui e tocca di là, dopo innumerevoli ed estenuanti tentativi, finalmente s’illuminò una finestrella dai colori smaglianti: “Benvenuti in Windows.”

“Però, gentile, è la prima volta che qualcuno dice che sono benvenuto. Vediamo un po’ che intenzioni ha.”

Rianimato nella pazienza, che nei terribili cavalli d’acqua è tanta ma non illimitata, si diede da fare con le corna da lumacone, il muso affilato, le zampe palmate e anche con la punta della coda, simile a quella dello scorpione. Così trascorsero mesi e anni, finché un giorno, quando ormai era giunto al limite della sopportazione, apparve una scritta: “Digitare la password.”

Gli Highlanders più anziani raccontano che quella fu la prima volta che un Each-Uisge venne colto da una crisi di panico, cui fece seguito un esaurimento nervoso mai visto prima. Ciò nonostante, incapace com’era di rassegnarsi alla sconfitta, Nessie si rimise al lavoro smanettando come un invasato senza più pudore. Ora noi umani sappiamo che cosa si prova quando quella malefica scatoletta ti prende per il culo; figuriamoci allora cosa può succedere a una creatura leggendaria: incazzatura elevata all’ennesima potenza, seguita da profonde frustrazioni. Con il passare del tempo Nessie perse lo smalto primigenio, tanto che non prestava la minima attenzione ai viaggiatori smarriti. Uno di questi, che in tempi remoti era stato spaventato a morte dal mostro, decise di vendicarsi. Gli insegnò come fare per digitare la password e poi fuggì a gambe levate, perché sapeva che di lì a poco sarebbe successo il finimondo. Il quale, infatti, si manifestò in tutta la sua cieca furia devastatrice (“Ma vaffanculo!”) quando davanti agli occhi esterrefatti del povero cavallo d’acqua apparve la ferale scritta: “Non sei connesso a una rete”.

 Beppe Cerutti

 

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