Sus…surreale, Patagonia

Sus…surreale, Patagonia

Un mulo cammina nella Pampa sconfinata, arcionato da uno straccio silente che guarda lontano, laddove il sole sta tramontando. L’ultima luce del giorno disegna sulla terra ombre lunghe, che presto affogheranno nel buio della notte e bisogna raggiungere qualche cosa: biada e una strigliata per il fido, a riposare sotto un tetto di canne; un piatto di fagioli con carne “asada”, un tazzone di caffè, forse un sorso di acquavite e una coperta per l’uomo, per dormire al caldo sotto il cielo freddo di Patagonia.

Una terra che è lunga come il mare e la fine dell’orizzonte la vedi solo quando stai per morire. Ma là sul fondo brillano fuochi: ancora uno sforzo, amico mio, ché adesso la notte non ci fa più paura e tra poco ascolteremo voci di uomini.

E rumore di pallottole messe in canna.

Chiese un’anima notturna oscurata dalle lingue del fuoco che gli stava alle spalle: chi sei?

Uno stanco e affamato.

Per il mulo c’è riparo. Tu fatti vedere meglio e tieni le mani in alto.

Ho una “navaja” e le “bolas”.

Mandriano?

Be’ non proprio, ma credo di sapere come si fa e ho fame e sonno.

Da dove vieni?

Dal nord.

Quelli del nord non sono buoni gauchos. Siediti.

Lì attorno al fuoco, che sembrava una danze beffarda contro la notte, stavano facce indurite dal sole, dal vento, dalla pioggia, dalle illusioni e dalla fatica.

Hai rubato bestiame?

No. Solo non la penso allo stesso modo di chi comanda al mio paese e sono scappato.

Cazzo, un altro esule! Sai cavalcare un cavallo per fare il mandriano?

No.

Sai scrivere poesie?

No.

E addio Patagonia.

Scusi, perché?

Nelle librerie Bruce Chatwin non tira più.

Beppe Cerutti

 

 

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