Discorso Sindaco – 2 novembre 2026
Care concittadine e cari concittadini,
autorità civili, militari e religiose,
rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d’arma,
oggi la comunità si ritrova per rendere omaggio a coloro che hanno perso la vita nei conflitti che hanno attraversato la nostra storia nazionale. Un appuntamento solenne che ogni anno ci invita a riflettere non soltanto su ciò che è stato, ma anche sulle responsabilità che il passato affida al nostro presente.
Dietro ogni nome inciso su una lapide, dietro ogni monumento, vi sono esistenze interrotte. Ci sono affetti, speranze, progetti che non hanno potuto trovare compimento. Ci sono famiglie che hanno conosciuto il dolore dell’assenza, comunità che hanno dovuto ricostruire se stesse, generazioni che hanno pagato il prezzo più alto delle scelte e degli errori della storia.
Ricordare i Caduti significa anzitutto restituire un volto umano alla tragedia della guerra, impedire che la distanza del tempo trasformi una sofferenza reale in un dato asettico ed astratto e che un errato senso di abitudine alle commemorazioni rituali attenui la portata del sacrificio di tante persone.
Proprio in questi giorni, il dolore per la perdita di quattro nostri connazionali ci ricorda quanto il sacrificio di chi serve il Paese non appartenga soltanto alle pagine della storia.
Il nostro pensiero va alla sergente Laura Procacci, al sergente Simone Ruggia, al sergente Claudio Marchesi, al tenente Franco Adriano Zecchillo, i quattro militari italiani che hanno perso la vita lo scorso 29 ottobre nel tragico incidente dell’elicottero precipitato in Bosnia-Erzegovina, durante un’attività nell’ambito della missione internazionale EUFOR Althea. E che il destino vuole che proprio oggi facciano ritorno in Italia, a Ciampino, avvolti nel tricolore, dolorosamente per l’ultima volta.
Due appartenenti all’Esercito Italiano e due al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana. Quattro persone che avevano scelto di mettere le proprie competenze, il proprio impegno e la propria vita al servizio degli altri e della Repubblica Italiana.
Alle loro famiglie, ai colleghi e a tutti coloro che oggi ne piangono la scomparsa giunga la vicinanza sincera della nostra comunità.
Un pensiero particolare va anche agli undici militari rimasti feriti, con l’augurio di una pronta e completa guarigione.
Questa tragedia ci ricorda che dietro ogni uniforme c’è una persona, dietro ogni servizio ci sono responsabilità e sacrifici, dietro ogni perdita c’è un dolore che coinvolge non soltanto una famiglia, ma un’intera comunità nazionale.
Caduti di oggi, caduti di ieri. Ma anche quando volgiamo lo sguardo al passato, siamo costretti a confrontarci con una realtà odierna che continua a riproporne la violenza. Le immagini di città distrutte, di popolazioni costrette alla fuga, di civili innocenti travolti dai conflitti ci ricordano quanto sia fragile ciò che troppo spesso consideriamo acquisito.
La guerra non appartiene soltanto ai libri di storia. È una ferita aperta nel nostro presente. E di fronte a questa evidenza non possiamo accettare che la forza torni a essere considerata uno strumento di risoluzione delle controversie tra i popoli.
C’è un rischio insidioso al quale dobbiamo prestare attenzione: l’abitudine e la rassegnazione. Il rischio di considerare inevitabile la violenza, normale la sopraffazione, impossibile ogni alternativa. Di lasciare che il ripetersi delle tragedie consumi lentamente la nostra capacità di riconoscere nell’altro una persona, prima ancora che un’appartenenza ad un’identità aliena e nemica.
La lezione che ci consegnano i Caduti è che nessuna conquista di civiltà può essere considerata definitiva e che ogni generazione è chiamata a difendere ciò che di prezioso ha ricevuto.
Ed è proprio alle nuove generazioni che dobbiamo rivolgere un’attenzione particolare.
Per molti ragazzi e ragazze, le grandi tragedie del Novecento appartengono a un passato sempre più lontano. Viene progressivamente meno la possibilità di ascoltare la testimonianza diretta di chi quelle vicende le ha vissute. Per questo diventa ancora più importante il ruolo della scuola, delle famiglie, delle associazioni e delle istituzioni. Della cosiddetta comunità educante.
Non basta trasmettere date, nomi e avvenimenti. Dobbiamo aiutare i giovani a comprendere le conseguenze delle scelte umane, a riconoscere i segnali dell’intolleranza, a sviluppare gli strumenti critici necessari per distinguere la verità dalla propaganda, il confronto dall’odio, il patriottismo dalla volontà di potenza e dominio.
Oggi, davanti ai nostri Caduti, siamo chiamati anche a riscoprire il valore della gratitudine. Una gratitudine che non deve tradursi nella glorificazione della guerra, ma nel riconoscimento del prezzo umano che la storia ha imposto a tante generazioni.
Onorare chi è morto non significa celebrare il conflitto nel quale ha perso la vita. Significa riconoscere il valore e la dignità di ogni esistenza spezzata e assumere l’impegno affinché altre vite non debbano essere sacrificate alla violenza e all’odio.
Con rispetto e profonda riconoscenza, rendiamo onore ai Caduti e ai Dispersi di tutte le guerre.
Che il loro sacrificio ci ricordi sempre quanto sia alto il valore della vita umana e quanto grande sia la nostra responsabilità nel custodirlo.
Grazie.






