Il dialetto di Romanengo nei proverbi e nei modi di dire della parlata quotidiana in un nuovo attraente libro

Il dialetto di Romanengo nei proverbi e nei modi di dire della parlata quotidiana  in un nuovo attraente libro

I sapiént i va adré al témp… è il titolo di una piacevole e sempre coinvolgente raccolta di proverbi, motti, sentenze, modi di dire, filastrocche, indovinelli, scioglilingua e altro ancora nel dialetto di Romanengo, come recita il sottotitolo di un prezioso volumetto fresco di stampa, rievocati con gusto e amorevole premura dall’autrice, Francesca Eva Della Noce, ripescandoli uno ad uno dalla memoria di una sua mai dimenticata prima età romanenghese.

Ne scaturisce un quadro quanto mai accattivante che rivela l’arguzia, la prontezza di spirito, le doti di un’insospettata psicologia popolare, il pragmatismo di una comunità vivace e responsabile, che tramite i proverbi o i modi di dire ormai consolidati nella parlata corrente, poteva esprimere le proprie sensazioni, i moti dell’animo, insieme alle immancabili incertezze di un’esistenza spesso sospesa, i timori, le speranze, condensati dall’inventiva del momento in brevi frasi o in concise espressioni, facili da ricordare e da applicare alle varie situazioni della vita quotidiana.

Al di là di alcuni proverbi o modi di dire ormai diffusisi in aree geografiche più vaste e divenuti un patrimonio collettivo condiviso da molti ‒ spesso, però, declinati localmente in modo differente ‒ il volumetto in questione offre una notevole quantità di espressioni idiomatiche originali e caratteristiche dei nostri luoghi, frutto dell’invenzione di una società umana dalle profonde radici contadine che traspaiono senz’altro dalla scelta delle situazioni o delle similitudini di confronto, dai riferimenti materiali e immateriali, dalla quotidianità delle azioni proprie di chi sia da generazioni legato alla propria terra, fonte di lavoro e di sostentamento, da trattare con mano accorta.

Così pure la raccolta delle filastrocche, recitate o cantate, l’antologia delle tiritere che si insegnavano ai più piccoli, anche per invogliarli all’uso del linguaggio, la trascrizione degli indovinelli, degli scioglilingua ecc. si rivela essere una rassegna di invenzioni, spesso sorprendenti, non di rado costruite secondo i parametri del nonsense, di carattere fantastico, popolate da personaggi stravaganti, recitate per divertire i bambini, anche con lo scopo di insegnare loro a distinguere la realtà dall’assurdo.

Un libro godibilissimo, dunque, da parte di chiunque si voglia lasciare coinvolgere da un mondo popolare d’altri tempi, i cui riflessi, però, possono ancora e sempre essere tramandati di generazione in generazione, poiché la frase fatta, il proverbio, la filastrocca, da recitare rigorosamente nel proprio dialetto, si rivela essere anche un insperato caposaldo propizio alla conservazione di almeno una parte di quella lingua popolare, parlata in modo pressoché esclusivo da tutti gli abitanti del paese sino almeno agli anni Cinquanta o Sessanta del secolo scorso, che sarebbe un vero delitto dimenticare o perdere. Il nostro dialetto (e quello lombardo in genere) è, a modo suo, una lingua (la definizione viene infatti dal greco diàlektos “lingua”) con una sua morfologia, una sintassi, un lessico ecc. ecc., e, nonostante le contaminazioni sempre più frequenti con la lingua nazionale ufficiale, le sue origini sono antiche e affondano le proprie radici nel latino volgare, come l’italiano, di cui il dialetto è una lingua sorella.

Perdere il proprio idioma specifico e distintivo comporta un impoverimento culturale e un’omologazione ai parametri generali che attenua anche le specificità di espressione, le modalità di pensiero, l’incisività della comunicazione.

Ogni comunità locale dovrebbe essere gelosa delle proprie tradizioni, anche linguistiche, e mettere in campo ogni sforzo per salvaguardarle. Un po’ anche a questo obiettivo mira, in fondo, per quanto nelle sue possibilità, il vivace volumetto I sapiént i va adré al témp…

Conclude e correda, infine, l’amena lettura dei testi un’appendice fotografica d’epoca, con la riproduzione di una rapida selezione di immagini risalenti per lo più al 1938 (con qualche “sforamento” relativo agli anni Cinquanta) relative ai luoghi romanenghesi, al lavoro, alla vita sociale e allo svago, tratte da quanto rimane di una più cospicua serie di fotografie in bianco e nero scattate in quegli anni da Amilcare Ferrari, per oltre mezzo secolo consorte dell’autrice.

Il volume sarà presentato al pubblico VENERDÌ 24 SETTEMBRE, alle ore 21.00, presso la Rocca in via Catello 2. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

Sabato 9 ottobre alle ore 17.00, il libro verrà presentato presso l’ADAFA di Cremona.

 

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