Il ritorno di Calabiano Moresco, vendetta

Il ritorno di Calabiano Moresco, vendetta

Il maresciallo Calabiano Moresco stava sfogliando distrattamente le pagine del giornale, soffermandosi un poco di più sulla cronaca locale. Tra le altre si dava notizia di un uomo scomparso da alcuni giorni: la segnalazione era stata fatta da alcuni conoscenti, vicini di casa, per niente abituati a quell’inconsueto personaggio che aveva preso in affitto l’appartamento da pochi mesi. Sempre discreto, poche visite. Forse nessuna, ma non vera certezza. Le ricerche delle Forze dell’ordine, con l’ausilio dei Vigili del fuoco, della Polizia municipale e dei volontari della Protezione civile, al momento non avevano dato alcun esito. A corredo una foto della persona scomparsa.

Una faccia non nuova. Nel testo, tra le altre scarne informazioni, si sottolineava il fatto che Urbino Urbini (questo il nome) era pittore e l’ultima volta che era stato visto scendere le scale indossava uno di quei camicioni abbondanti color grigio topo impiastricciato di colori sul davanti.

Riguardando la fotografia, gli venne in mente l’autoritratto di Edward Hopper, la somiglianza c’era.

Perché proprio lui? I critici d’arte, ma non solo loro, avevano distillato veleno sulle inclinazioni sessuali dell’artista.

Gli venne in mente un caso di circa vent’anni prima in un paesino nei dintorni, poco fuori delle mura vecchie: un maniaco che importunava le adolescenti suggestionato, così disse a sua difesa, da alcuni quadri dell’americano. All’epoca il caso creò qualche imbarazzo, soprattutto perché non ci furono denunce e l’uomo, opportunamente, cambiò aria.

Non si chiamava Urbino Urbini, ma quell’altro nome gli sfuggiva: “La memoria Calabiano, la memoria… cazzo!”

Chiuse il giornale, pagò la consumazione e si diresse verso la caserma dei carabinieri. Doveva comunicare al capitano, suo figlio, che per un po’ se ne sarebbe tornato a casa, nella grande metropoli. Ciò non di meno, giunto a destinazione, chiese al piantone di rintracciare quella vecchia pratica, giusto per una passata d’aria alle cellule cerebrali in attesa del rientro del suo gallonato ragazzo.

Non essendoci state denunce alla Procura della Repubblica, bocche sigillate. All’epoca la stampa, che comunque aveva annusato odor di zolfo, in mancanza di guano, si limitò a segnalare il caso, utile per avviare un’inchiesta sulla pedofilia. Ben fatta, tra l’altro: ragioni, cause e pretesti, con tanto di autorevoli interventi.

Il fascicolo in questione gli avrebbe sicuramente riacceso le lampadine.

Infatti. E per quella rabbia antica quasi gli prese un colpo. Non solo il porco era stato accusato di aprire l’impermeabile e mostrare il pisello alle ragazzine, cosa per altro mai accertata da testimonianze inoppugnabili ma solo da voci di popolo, ma era anche sospettato di essere un falsificatore di opere d’arte, e neppure tra i più scarsi. Nell’abitazione vennero ritrovate alcune riproduzioni di quadri di quel controverso pittore nordamericano che sputava in faccia alla gente alcuni scabrosi pruriti. Il realismo crudo e quasi fotografico di alcuni dipinti aveva attirato la sua attenzione.

Sulle tele però l’indagine si fermò perché risultarono certificate presso gli uffici competenti e di conseguenza commerciabili. Chi l’avrebbe detto? C’è anche un mercato dei falsi d’autore. Morale, venne accolta la richiesta dei legali di parte e tolta l’ordinanza di sequestro. I dipinti vennero messi all’asta e liquidati nel giro di una sola battuta. Nel rispetto della legge i compratori rimasero anonimi.

Accese il computer in preda a un’ansia fino ad allora sconosciuta. Google, immagini: Edward Hopper, le opere. E via a farle passare tutte: strade asettiche, prospettive, orizzonti da dimenticare, stanze da un tanto al metro quadrato, solitudini da bar, uomini e uomini, letti disfatti, anonime adolescenti dalle gambe nude, volti indistinti. Volti, visi, facce.

Si rese conto che allora gli erano sfuggiti alcuni dettagli.

Ecco, Calabiano Moresco si ritrovò con la memoria a tu per tu con l’individuo nel corso di quel turbolento interrogatorio: ricordò perfino che gli era venuta la voglia di picchiarlo.

Lo fece? “Meglio un ceffone e una sequela d’insulti da parte di un maresciallo incazzato, piuttosto che finire linciato da anonimi genitori lungo la riva del fiume, magari in una notte buia e tempestosa, non ti pare?” Il tipo capì l’antifona e, pur rimanendo a disposizione e rintracciabile, cambiò aria.

Caso chiuso, ma con un interrogativo senza risposta: perché i genitori delle vittime di quell’insana morbosità non avevano sporto denuncia? Per evitare lo scandalo, ovviamente, e tutti insieme a ripetere che non vi fu nessun abuso. Alcune di quelle giovinette avevano accettato di posare perché non avrebbero dovuto spogliarsi, solo la gonnella un poco alzata sulle gambe, una spallina di reggiseno rosa casualmente scivolata dalla spalla. Insomma, quel tanto che basta per creare l’immagine dell’equivoco. Ma, a quanto risultava dalle deposizioni, nessun atto criminoso.

Sulle  labbra sentì riaffiorare quel vago e quasi dimenticato sorrisetto di autocommiserazione, un vezzo antico che mascherava il solenne ribollimento che gli stava montando dentro. Come al solito: aveva tra le mani almeno un paio di potenziali assassini, ma del morto non v’era traccia. Dunque, “a piede libero” i sospettabili, ma soprattutto le concrete testimonianze del movente, cioè quei fottuti quadri che all’epoca non vennero esaminati con la dovuta attenzione.

Porca vacca! Si stava incazzando come un monumento equestre assunto a dimora stabile da parte di una colonia di sfaccendati e sfacciati piccioni.

“E come si chiamava?” chiese il capitano.

Ormai importa poco, allora aveva un passaporto d’apolide, pensa, propri qui, dove anche i piccioni, le tortore e le cornacchie sono chiamate per nome. Sono certo che Urbino Urbini è un nome falso e non so dirti come e perché se lo sia costruito. Ma credo di aver capito perché è tornato da queste parti. Il suo cadavere prima o poi salterà fuori, ma innanzi tutto bisogna ritrovare quei lontani dipinti, perché soltanto così potremo chiarire il caso. Ricatto. Non può essere che così!

“Perché ne sei così sicuro?”

I quadri che vennero messi sotto sequestro. Allora non ci feci caso, ero troppo prevenuto nei confronti di quel depravato. Di quel volto insieme mellifluo e sarcastico. Ma adesso, dopo aver passato in rassegna le numerose opere pubblicate su internet, mi sono reso conto della disattenzione.

Le falsificazioni risultavano perfette in tutti i dettagli, tranne uno: i volti. Se guardi gli originali vi si può ritrovare un tratto generico, anonimo ma pur sempre indicativo di una condizione alienante. I visi dei lavori “farlocchi” invece no. Sia pure in lontananza, erano riconoscibili. Se la mia tesi è valida, questo spiega perché vennero immediatamente acquistati alla prima battuta d’asta. Tuttavia gli anonimi acquirenti, probabilmente nella fretta di far sparire immagini compromettenti, non tennero conto del fatto che un quadro viene anche fotografato.

“Se così fosse, potremmo pensare a un capitale immobilizzato, ma vent’anni mi sembrano tanti per esercitare un ricatto.”

Ed ecco l’altro tema insoluto, perché il ricatto andava avanti da anni. Dunque, che cosa ha spinto il nostro sicuro morto a ritornare in città?

“Un ghiotto pezzo di formaggio?”

Se intendi i soldi, non ne aveva bisogno, mangiava tutti i giorni stando a debita distanza da sempre possibili vendette. Il pezzo di formaggio era un altro. Quando siete entrati in casa dello scomparso, che cosa avete trovato?

“Compito della Polizia di Stato. Un gran casino, come si addice a un pittore. Sul cavalletto un vago abbozzo di giovane donna.”

Ci siamo. L’ingenua giovinetta di ieri, nonché la determinata giustiziera di oggi. Forse, perché no? ricattata dalle vecchie fotografie. L’orgoglio della vendetta, una virtuale seduzione e poi la morte. Lusinghe premeditate che hanno trovato fermento nello spirito malato di un egocentrico.

“Avviso il Commissario?”, chiese il capitano Moresco.

Al momento non serve, sarebbe come vendere fumo. Però, se riuscissimo a sapere chi all’epoca comprò in blocco quei falsi d’autore…

“Cerchiamo di mettere in ordine le tue tessere. Vuoi un caffè?”

Solo quando il ministero si renderà conto che noi siamo esseri umani e non cavie da laboratorio. Nel frattempo metti in pista qualcuno per ritrovare la casa d’aste che ha battuto quel lotto.

“Occheeii, capo.”

Sei il solito sfrontato. Tua madre non ti aveva insegnato così!

Le tessere, un bel casino. Perché quello stronzo è ritornato in città, quando poteva campare allegramente standosene da qualche altre parte?

L’allettante pezzo di formaggio: la tela ritrovata sul cavalletto con l’abbozzo della giovane donna. Certo da ritrarre su commissione, ma anche di sicuro da poter possedere, perché quel maiale le ragazzine di allora se le era scopate tutte, nonostante le negazioni messe a verbale dalle vittime. Le famiglie intervennero per mettere a tacere la cosa, ma non si possono mettere a tacere i ricordi. E qualcuno, qualcuna, forse qualcuna, quel trauma non lo ha mai dimenticato, ben oltre il ricatto. Oggi potrebbe essere una donna sui quarant’anni, una madre che non ha esitato a proporgli l’immagine della propria figlia adolescente, facendogli balenare chissà quali follie, pur di poterlo ammazzare. A questo punto non occorrerebbe neppure più sapere chi acquistò quei quadri con così tanta premura. Famiglie forse estinte nella vergogna, donne nel dolore. Non tutte.

“Abbiamo l’elenco” disse il capitano.

La giustizia deve fare il suo corso e non ammette vendette.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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