Short Story, estraneo

Short Story, estraneo

Una cena in una qualsiasi trattoria in cui i commensali sono gli stessi che quotidianamente s’incontrano al bar per bere un aperitivo e sparare cazzate a manetta.

Non riesco a capire perché, una volta seduti a tavola, le cose cambino. Sarà forse l’imbarazzo di dover usare un tovagliolo? Sarà forse perché al bar uno si muove come vuole mentre al ristorante bisogna stare seduti al proprio posto? Un obbligo che evidentemente inibisce: ci si guarda in faccia ma non ci si parla, non si sparano più cazzate. Ci si sorride e ognuno controlla che ci siano le posate e il tovagliolo e poi, a salvare il tutto, per il momento, la consultazione del menu. Esaurite le formalità, sopraggiunge il classico momento di riflessione che, un tempo, serviva a una reciproca e anche allargata consultazione dei cibi richiesti.

Eravamo in dodici: cinque di qui, cinque di là e due ai capi del tavolo. E apparvero gli iPod, o qualcosa di simile. Undici persone, miei amabili conoscenti, con la “capa” chinata sullo strumento. Sussulti e risolini di gioia: “Che bella questa, te la mando.”

Che cazzo mandi, o pirla, se l’interlocutore è lì di fronte a te?

Ho mangiato il risotto perché avevo fame, poi sono tornato a casa a piedi. Incazzato.

Beppe Cerutti

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