Short Story, il signorino delle mosche

Short Story, il signorino delle mosche

Avevo raggiunto un punto tale di cattiveria che Mefistofele, previa firmetta contrattuale, acconsentì a far uscire le mosche dal mio ombelico. Sorrisi estasiato quando dal buco della pancia il primo nugolo di muscidi ronzanti invase la stanza. Finalmente la mia turpe determinazione a ottenere ciò che più mi piaceva aveva trovato udienza presso chi di dovere, ottenendo in cambio una valvola di sfogo, ma che dico, un’arma micidiale e unica, fuori dei canoni tradizionali. Tutto sommato, una cosa divertente perché non è che i ditteri avessero lacerato el bàmbòrîn del vênter, assolutamente no. Lo “sportello” lo aprivo io quando mi girava e i nervosi tormentatori si riversavano a vagonate sul mondo, almeno quello a me vicino. Un potere da capogiro, che applicai in via sperimentale nei confronti dei miei genitori. Questi, già da prima estenuati dalle mie pressanti richieste di avere una paio di scarpe scamosciate e con la fibbia dorata, mi proposero un compromesso che intendeva mettere insieme i capricci di un adolescente con le disponibilità ristrette del bilancio familiare. Alla Upim vendevano calzature scamosciate colore verde salvia con fibbia argentata su una mascherina bassa e tozza, punta arrotondata come quella delle pantofole e suola in succedaneo di sa il cazzo che cosa, forse corame. Una roba da fare ribrezzo, che anche Arlecchino si sarebbe rifiutato di calzare. La fescion del momento prevedeva invece il colore testa di moro, fibula possibilmente in oro massiccio, collo del piede ben allungato e punta evidente sia pure moderata, sufficiente a uscire dal cono rovesciato delle braghe scampanate alla marinara, rigorosamente color kaki estivo; suola in para, leggermente zigrinata per poter camminare tranquilli anche in caso di pioggia. Una figata!

Sono certo che procurai loro un esaurimento nervoso per mancanza di soldi. “Dettaglio trascurabile”, mi dissi. Gli scatenai addosso i miei stormi, come nella battaglia di Londra: le mosche colpirono indifferentemente pastasciutte e minestre e risotti, verdure crude e cotte, ancorché il piatto di culto: agnolotti al ragù.

Esasperata, mia madre disse: “Prima provo col battipanni, altrimenti lo sistemo con il veleno per i topi.”

Mio padre sospirò: “Lascia perdere, troppo rischioso. Gli cerco un posto di lavoro e lo porto in fonderia, il capo è un mio amico, e quando siamo lì lo butto dentro una vasca a 1000 gradi. A quella temperatura lì, giuro, non ce la fanno neppure i ricordi.”
“Mario, anche i nostri?”

“E vaffanculo Maria. O ‘sto stronzetto lo uccidiamo o il mondo sarà pieno di mosche.”

“Ho sentito dire che Modzilla ha un’arma speciale che uccide solo le mosche rompi coglioni.”

“Maria, ostia!”

Mia madre, troppo buona, fu facile ridurla a definitiva ragione: gli riversai addosso otto divisione di mosche che ebbero la meglio sulla sua piccola paletta: “Amore, va bene, ma prima devi sentire il papà.”

Il mio babbo, però, aveva capito l’antifona e si era rifugiato in fonderia chiedendo asilo politico. Lì una mosca non gliela fa neppure ad arrivare alla portineria.

Strinsi d’assedio la fabbrica e reclamai a gran voce anche l’aiuto di Mefistofele: “Cazzo, se non sei abituato tu alle alte temperature, chi?!”

“Oh bimbo, sono mica scemo. Ai tempi di Goethe forse qualcosa si poteva ancora fare, ma adesso è dura anche per noi: all’Inferno è stata abbassata la temperatura per via della crisi energetica e se vado lì dentro ne esco come una bistecca ai ferri. No grazie. Il nostro contratto non è più valido.”

E le mosche scomparvero, ma non ci furono né vincitori né vinti, anche se la guerra continua.

E le scarpe? “Papà e io giungemmo a un compromesso: lavoro in fonderia contro libero stipendio. Anni dopo, però, lo vidi ancora perplesso di fronte alle novità: compravo libri al posto delle scarpe.”

“Maria! Ce l’hai ancora quel veleno per topi?!”

Beppe Cerutti

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