Governare i grandi processi che stanno sconvolgendo il mondo, Pietro Ichino a Crema per la Scuoola di economia

Governare i grandi processi che stanno sconvolgendo il mondo, Pietro Ichino a Crema per la Scuoola di economia

Apocalittici

 

Apocalittici alla Jeremy Rifkin che hanno profetizzato uno scenario prossimo venturo di fine lavoro? Profeti che la realtà sta smentendo clamorosamente.

Chi 100 anni fa avrebbe previsto che nell’arco di un secolo sarebbero scomparse figure quali le lavandaie, i maniscalchi, i cocchieri, i tessitori, i contadini? Eppure questo è accaduto e tutte le persone in questione si sono professionalmente riconvertite (dalle 900.000 lavandaie italiane ai milioni di contadini).

Oggi gli occupati in agricoltura che cent’anni fa rappresentavano il 50% della forza-lavoro si sono ridotti al 3% e l’occupazione femminile è cresciuta.

Il problema non è la perdita di posti di lavoro, ma è quello di assicurare a tutti, nella fase della transizione, la protezione sociale necessaria e la riqualificazione.

 

Un robot che moltiplica posti di lavoro

 

Certo, la riqualificazione oggi di un neurochirurgo è altra cosa rispetto alla riqualificazione ieri di una lavandaia.

Quattro anni fa, in un noto ospedale milanese, è stato inaugurato un robot in grado di svolgere un intervento chirurgico delicato alla testa, un tipo di intervento che prima era prerogativa di un numero esiguo di neurochirurghi “mani d’oro”. Il robot ha rubato posti di lavoro? No, li ha moltiplicati: una fila di medici in atetsa di imparare a usare il robot stesso (c’è sempre un medico alla consolle quando opera un robot) e poi si è allargata a dismisura la platea di pazienti e tutto questo ha creato posti di lavoro che prima non c’erano.

Già qualche anno fa Enrico Moretti, un italiano che insegn in una università statunitense (California), stimava che ogni lavoro qualificato genera almeno altri cinque posti di lavoro.

Pensiamo a che cosa è accaduto negli ultimi 40 anni in Italia, un periodo di grandi innovazioni tecnologiche: l’occupazione è cresciuta, pur con alti e bassi, da 19 milioni e mezzo a più di 23 milioni, vale a dire del 18%!

Certamente, i lavori di quarant’anni fa erano diversi rispetto a quelli attuali. È sparita, ad esempio, la figura dell’operaio-massa: oggi un’impresa non richiede più all’Ufficio di collocamento un certo numero di operai, ma ne seleziona uno per punto, dopo averne accertato le attitudini.

 

Non mancherà il lavoro, ma mancheranno lavoratori italiani

 

Il problema di cui dobbiamo preoccuparci non è il lavoro che mancherà, ma il nostro tasso di denatalità: le proiezioni, infatti, ci dicono che i 39 milioni che oggi appartengono alla fascia lavorativa tra i 15 e i 64 anni diventeranno 36 milioni nel 2030, 31 milioni nel 2050 e 30 milioni nel 2070.

Se non cambierà qualcosa, avremo nell’arco di una cinquantina d’anni una perdita di 9 milioni di potenziali lavoratori, il che farà saltare gli equilibri previdenziali.

Da qui, quindi, la necessità di contrastare tale tasso di denatalità con un sostegno robusto alla procreazione e alla famiglia. E da cui l’esigenza di importare personale straniero, in particolare giovani laureati (noi ne esportiamo moltissimi, ma ne importiamo un numero troppo esiguo perché non siamo sufficientemente attrattivi).

 

Il modello Svezia, ovvero il nostro futuro

 

Quali saranno i nuovi lavori? Proviamo a prendere in considerazione un Paese avanzato come la Svezia: vi troviamo le stesse o analoghe percentuali di lavoratori nel primario, nell’industria e nei servizi tradizionali. Il 18% in più di occupati che la Svezia ha riguarda una serie di “servizi alle persone e alle famiglie”: cure mediche e paramediche, cura di persone anziane sole e di persone aventi disabilità, insegnamento (pure a distanza), cura dell’ambiente naturale e urbano, sicurezza delle persone e cose.

Si tratterà di lavori buoni o cattivi?

Chi riuscirà a superare lo shock tecnologico si troverà ad avere di fronte più opportunità lavorative e sarà egli stesso a scegliere l’imprenditore in grado di pagarlo di più e di valorizzarne meglio le capacità.

 

Una cultura che non si può improvvisare

 

Ciò che a noi italiani manca è la cultura della formazione che vige da decenni nei Paesi del Nord Europa dove si fa un incrocio costante tra banche dati al fine di fare incontrare domanda e offerta di lavoro mediante corsi professionali mirati.

Da noi i corsi professionali (finanziati per metà dai fondi europei), sfornano spesso qualifiche non richieste dal mercato (in Sicilia, ad esempio, andrebbe chiuso il 90% dei corsi professionali che non rispondono affatto alla domanda del mercato!).

Abbiamo molto da imparare dalle esperienze collaudate altrui (non è pensabile improvvisare una cultura affinata in decenni!), ad esempio, che il servizio “pubblico” (quello, appunto, di riqualificazione del personale) non deve necessariamente essere gestito da un ente pubblico, ma può essere benissimo svolto da agenzie private che ricevano un compenso sulla base dei “risultati” ottenuti.

Il reddito di cittadinanza? Nel suo senso vero (un reddito che spetta a ogni cittadino in quanto tale) esiste solo in Alaska dove per quattro mesi l’anno c’è buio.

La lotta alla povertà è sacrosanta, ma se si vuole affrontare – come è giusto che si faccia – il problema della formazione, dobbiamo tener conto che almeno i 2/3 dei richiedenti tale diritto non sono occupabili per i pù vari motivi. Le mie previsioni? O la macchina si incepperà e si bloccherà tutto, oppure si continuerà ad erogare il reddito in attesa che la macchina inizi a funzionare.

 

La superiorità, ancora a lungo, della intelligenza umana

 

Vincerà l’intelligenza artificiale o quella umana?

Nel medio termine, cioè nei prossimi decenni, l’intelligenza umana continuerà ad essere superiore: l’intelligenza artificiale non sa mettersi nei panni altrui, non è in grado di capire le dinamiche collettive, non ha la capacità di conoscere il talento delle persone…

È il caso di ricordare che l’intelligenza artificiale funziona grazie a un miliardo di transistor e con grande dispendio di energia, mentre l’intelligenza umana ha a che vedere con cento miliardi di sinapsi cerebrali e con poco consumo di energia.

 

Un’opportunità straordinaria aperta dalla globalizzazione

 

Stiamo assistendo, grazie alla globalizzazione, a un rovesciamento di paradigma del mercato del lavoro.

Sempre più – sia a livello singolo che collettivo – saranno i lavoratori a scegliere gli imprenditori (non viceversa): pensiamo ai tanti giovani che lasciano l’Italia per cercare altrove opportunità di lavoro più redditizie e più professionalmente gratificanti.

Sono le stesse crisi aziendali che consentono ai lavoratori – nella loro collettività – di scegliere tra più imprese che operano sul mercato globale (è accaduto anche ai lavoratori dell’Alitalia che hanno scelto, tra più piani industriali, la cordata dei capitani coraggiosi solo perché italiani: è stata fatta una scelta sbagliata perché nessuno dei capitani in questione aveva mai fatto volare un aereo).

 

Un risanamento doloroso che è stato vissuto da gran parte dell’opinione pubblica come uno smantellamento della spesa sociale

 

Mettere mano alle riforme è rischioso. L’ha sperimentato sulla propria pelle Marco Biagi assassinato dalle Brigate rosse (è utile puntualizzare che Biagi era stato consulente di ministri di colore politico diverso: Maroni e Treu).

Io stesso sono stato minacciato dalle Br, accusato di essere un traditore della causa operaia Certamente l’Italia si trova con le mani legate a causa del suo ingento debito pubblico. Non è un caso che sette anni e mezzo fa (io ero col governo Monti), a seguito di uno spread che aveva sfiorato i 600 punti base, abbiamo dovuto dare una frenata brusca che è stata vissuta da gran parte dell’opinione pubblica come uno smantellamento dei diritti sociali. Una frenata che ha bloccato il turn over della Pubblica Amministrazione, un turn over che prima o poi dobbiamo sbloccare perché abbiamo un apparato pubblico che sta invecchiando paurosamente, mentre abbiamo bisogno di assumere personale che abbia dimestichezza con le nuove tecnologie.

Il risanamento dei conti pubblici è stato un passaggio doloroso ma necessario. Del resto anche l’attuale governo ha dovuto arrendersi all’impennata dello spread: se ci si indebita oltre una certa soglia e quindi si ricorre ai prestiti dei mercati, non si può fare a meno che accettare le loro condizioni.

 

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