30 Ott 2026, Ven

La strana e bella storia del cremasco “borghese” ribelle Luigi Molinari che rifiutò la ricchezza per difendere gli ultimi, raccontata al ricercatore Alberto Tuzza

𝐶𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑎 𝑙𝑎 𝑠𝑒𝑟𝑖𝑒 “𝑁𝑒𝑚𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑝ℎ𝑒𝑡𝑎 𝑖𝑛 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑖𝑎”.
Se Daniele Marignoni voleva unire i popoli con la grammatica, il protagonista di oggi – che probabilmente   provocherà più  di un’alzata   di sopracciglia ai benpensanti cremaschi – voleva liberarli da   ogni  forma  di   autorità. Parliamo di Luigi Molinari, nato a Crema il 15 dicembre 1866,   un uomo   che per le sue idee libertarie scambiò i salotti della nobiltà cremasca con le aule dei tribunali militari e le celle d’isolamento. Avvocato, giornalista, conferenziere e pedagogista, Molinari è stato una delle menti più lucide e perseguitate dell’anarchismo italiano a cavallo tra Ottocento e Novecento.
𝐃𝐚𝐥𝐥𝐚 “𝐂𝐫𝐞𝐦𝐚 𝐛𝐞𝐧𝐞” 𝐚𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐚𝐫𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨
Nato da Cesare e Giuseppa Caroli, agiati proprietari terrieri del territorio, Luigi sembrava destinato a una tranquilla e remunerativa carriera forense. La svolta, tuttavia, avviene durante gli studi di giurisprudenza all’Università di Pisa. Lì stringe amicizia con il celebre intellettuale anarchico Pietro Gori e, leggendo i suoi Pensieri ribelli, subisce una vera e propria folgorazione politica.
Nel 1887, poco più che ventenne, partecipa al congresso del Partito Operaio Italiano proponendo – con una buona dose di audacia giovanile – di trasformare l’intero partito in senso anarchico e rivoluzionario. Il giovane cremasco aveva già scelto da che parte stare. Nel 1891 fonda a Mantova il periodico «Il grido dell’operaio». A maggio del 1893 viene arrestato direttamente in aula, nel tribunale di Viterbo, mentre svolge il ruolo di avvocato di difesa dell’anarchico Paolo Schicchi: da qui inizia una vera e propria persecuzione da parte delle istituzioni verso l’avvocato cremasco.
𝐕𝐞𝐧𝐭𝐢𝐭𝐫𝐞́ 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐚𝐧𝐧𝐚 (𝐞 𝐮𝐧’𝐚𝐦𝐧𝐢𝐬𝐭𝐢𝐚)
Molinari non si limitava alla teoria. Soprannominato “l’avvocato delle canaglie” dai suoi detrattori, difende strenuamente i lavoratori sfruttati. Questa sua attività lo rende un sorvegliato speciale dello Stato.
Il momento più drammatico arriva tra il 1893 e il 1894. Molinari si trova in Lunigiana per tenere alcune conferenze quando, in concomitanza con lo sciopero generale, scoppiano violenti moti che causano una dozzina di morti e centinaia di feriti. Per stroncare la rivolta, il governo Crispi proclama lo Stato d’Assedio e istituisce il Tribunale Militare di Guerra. Nonostante la sua totale estraneità materiale ai fatti (Molinari non era fisicamente nella zona degli scontri), viene individuato come uno degli “ispiratori morali” della rivolta.
La condanna è spaventosa: 23 anni di reclusione. La Cassazione ridurrà in seguito la pena a 7 anni, ma sarà solo una massiccia mobilitazione dell’opinione pubblica – con la raccolta di oltre 35.000 firme, il sostegno di una forte campagna di stampa, l’appoggio dei colleghi giuristi e l’intervento del Presidente della Camera Zanardelli – a strapparlo dalla galera nel settembre 1895 tramite un’amnistia.
𝐋𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐚 𝐫𝐢𝐯𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐢 𝐛𝐚𝐧𝐜𝐡𝐢 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚
Tornato libero, Molinari capisce che la vera emancipazione dei lavoratori non passa solo dagli scioperi, ma soprattutto dalla cultura. Diventa così un pioniere della pedagogia libertaria in Italia:
L’Università popolare (1901): Fonda il celebre periodico per diffondere la cultura tra le    classi lavoratrici.
La Scuola Razionalista (1913): Trasferitosi a Milano, dà vita a un esperimento educativo d’avanguardia ispirato alla Escuela Moderna dello spagnolo Francisco Ferrer e sul modello della Scuola Razionalista di Clivio, un piccolo paese in provincia di Varese. La scuola rifiutava i dogmi religiosi, il nazionalismo e i metodi repressivi dello Stato dell’epoca. Si basava sulla coeducazione dei sessi (maschi e femmine insieme, un’assoluta rarità per i tempi), sul pensiero scientifico, sull’istruzione razionale e sull’apprendimento pratico a contatto con la natura e nei laboratori. La scuola razionalista nacque quasi coetanea al Metodo Montessori; i due metodi, pur molto differenti, saranno entrambi ostracizzati ed eliminati, il primo immediatamente con la violenza e il secondo più blandamente, dal fascismo.
La chiusura (1915): L’istituto funzionò per circa due anni, riscuotendo un buon successo tra le famiglie della zona. Tuttavia, a causa delle crescenti difficoltà economiche, delle continue pressioni della polizia (che sorvegliava strettamente Molinari e le sue attività) e del clima politico ostile dovuto all’imminente ingresso dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale (mentre le posizioni del Molinari erano chiaramente antimilitariste), la scuola fu costretta a chiudere definitivamente nel 1915.
𝐃𝐚 𝐌𝐨𝐥𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢 𝐚 𝐆𝐮𝐜𝐜𝐢𝐧𝐢
Pochi sanno che L’Inno della rivolta – noto anche come Inno del Molinari –, cantato durante i moti della Lunigiana, fu scritto nel 1893 proprio da lui. Questo testo fu la fonte d’ispirazione da cui nacque – come dichiarato dallo stesso Francesco Guccini – la ben più nota ballata La locomotiva che ne ricalca la melodia e la metrica. Il cantautore bolognese ha inserito lo storico brano nel suo album Canzoni da intorto del 2022, con il titolo alternativo tratto dall’incipit: Nel fosco fin del secolo morente.
Molinari morirà a Milano nel 1918, logorato dalle fatiche e dalle persecuzioni politiche, ma coerente fino all’ultimo respiro. Le sue ceneri si trovano oggi nel Cimitero Monumentale di Milano.
𝐋’𝐨𝐛𝐥𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐑𝐞𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐨𝐫𝐭𝐞𝐥𝐥𝐨
Mentre la storia del movimento operaio e libertario internazionale lo cita nei manuali come esempio di coraggio intellettuale, a Crema la sua memoria è svanita, quasi cancellata da un passato cittadino che preferisce ricordare i suoi figli più moderati e rassicuranti. Nel 2014, per dovere di cronaca, fu organizzato dagli ex alunni del Racchetti un incontro sul tema con il dottor Pietro Martini. Eppure, il “borghese ribelle” che rifiutò la ricchezza terriera per difendere la libertà degli ultimi meriterebbe molto più di un pietoso oblio.

Così ha postato via social Alberto Tuzza: storico appassionato, bella persona del fare, ricercatore ed esploratore …

stefano mauri

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