Short Story, tromba d’aria

Short Story, tromba d’aria

Quadro1 La bettola, da sempre, è l’ideale distillatore delle insinuanti vaghezze che formano quell’esclusivo mondo maschile che sbeffeggia la vita solo nel giorno di riposo domenicale, tra un bicchiere di vino e una mano alle carte, per poi maledirla (la vita e anche la mano giocata male) durante il resto della settimana.

Il ventaglio delle riflessioni è sempre stato ampio, ma alla fine il chiodo fisso era, ed è, sempre quello: la potenza virile del maschio che non deve chiedere mai. Ne abbiamo sentite di tutti i colori, ma gira e rigira si partiva sempre dalla prima violenza subita dalla natura. Il rude vomere che penetra la terra, che da par suo è sempre stata un poco stronza: “Solo quando piove, altrimenti mi fai male.” Storico prodromo dell’emicrania che annuncia un lungo inverno. Ne seguiva un percorso aggrovigliato entro il quale, comunque, emergeva la figura primigenia del toro dalle narici fumanti. Un altro giro di rosso evocava nuovi scenari, perché se poi andiamo su in valle troviamo il montone: “Te lo ricordi el montagnee del Brembo?” “Ostia, quando scendeva al piano le donne si chiudevano in casa!”

Il dado è tratto. Equini e suini ci hanno sempre messo del loro con lodevole impegno. Poi ci sono i galli dalla cresta baldanzosa, battaglieri anche se un poco spicci, ma sempre imperituri. Che dire poi dei raffinati pavoni, almeno per quelle aie che se li potevano permettere? In questo caso, però, stiamo sconfinando nella seduzione, che per il momento non è materia del nostro dire, perché in quanto a esotismo il variopinto mandrillo raggiunse ben presto quotazioni invidiabili. La tecnica aggiunse varianti motoristiche che di metaforico, per la verità, avevano ben poco: “Quello lì? Si dice che scopi come un trattore”. In questa scaletta è doveroso ricordare anche il povero coniglio, che nella sua timidezza si accontentava di una botta e via, ma se era un Fulvo di Borgogna alla fine della stagione estiva, quella delle fiere campionarie, sembrava veramente uno straccetto neppure buono per la casseruola.

Insomma, giusto per rimanere sul pezzo, per assassinare l’inutile giorno di festa trascorso tra un bicchiere di vino e una partita di calcio, il materiale erotico non mancava.

Quadro2 È superfluo rammentare che la popolazione femminile era al corrente delle sbruffonate che di volta in volta si andavano costruendo ovunque ci fosse a disposizione una bottiglia di quello buono. Un’alzata di spalle, un sorriso di compatimento e per l’altra metà del cielo la questione si chiudeva lì, magari con un profondo sospiro amaro.

Sennonché un bel giorno ti salta fuori una, emigrata dalla città ma di partecipazione instabile, che per fare la più bella del reame disse che il suo uomo, a letto, aveva la delicatezza di un colibrì e l’imprevedibile furia devastante di una tromba d’aria. Colto di sorpresa, il gineceo tacque. La stessa anziana del gruppo rimase attonita. Di lei bisogna fare cenno perché la conoscenza degli uomini la fece quando era ancora giovinetta tra le macerie di Berlino nel 1945, da dove purtroppo ne trasse una tragica morale: meglio un russo sulla pancia che un bombardiere americano in cielo. Nonostante questa orribile nube nera che per un attimo le tornò alla memoria, lacerandole ancora una volta anima e corpo, si rese conto che tra le innumerevoli perifrasi utilizzate per burla, nessuna delle sue amiche aveva mai preso in considerazione la possibilità che un orgasmo femminile potesse avvenire tramite una devastante tromba d’aria. A memoria di donna, almeno tra quelle più istruite, le uniche trombe d’aria erano quelle dantesche: “E col cul fece trombetta.” Punto.

Quadro3 Ora, va bene che agli occhi di quelle là i probiviri rappresentavano più o meno una banda di pirla, però basta una mezza parola a tavola per insinuare il sospetto che poi, con il gomito appoggiato al bancone del bar, dilaga: “Tè Piero, com’è che ti chiamavano quando andavi in camporella?” E tè Camillo?” “E il Ciro, com’è che gli dicevano?” “C’era un Branduardi detto il cinghiale, però non mi ricordo se era quello che abitava in valle o quell’altro che invece stava all’Acqua fredda.”

Quadro4 Si sviluppò una indagine degna delle convergenze parallele, capillare, in cui vennero mosse tutte le conoscenze, quelle vicine, quelle lontane e scesero al piano anche gli esperti della divisione del Taleggio. Niente, qualcuno si ricordò di un tale che era stato soprannominato Turgido, ma nessuno aveva mai sentito parlare di una devastante tromba d’aria.

Non è che le donne se la passassero meglio. Alcune si ricordavano di amplessi con un falchetto che portava le scarpe di vernice; altre, la maggioranza, con i nipoti di piccioni viaggiatori, ma nessuna aveva mai avuto a che fare con un colibrì: “Oossantiddiopoverino! Ma davvero è piccolo come una mosca?!”

Insomma, cazzo, nell’albo storico dei soprannomi la devastante tromba d’aria non esisteva e quando la questione venne risolta attraverso un ordinanza sindacale scritta in lingua italiana ufficiale (il sindaco era soprannominato Ramarro), i sessi tornarono ai loro consueti e insoddisfacenti modi fare. Con un dubbio: ma perché una imprevedibile e devastante tromba d’aria è stata definita, testuale: “Irresponsabile allegoria intesa a destabilizzare l’ordine costituito”? E che cosa vuol dire “allegoria”?

Beppe Cerutti

 

 

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