Sus…surreale, Adiòs chico

Sus…surreale, Adiòs chico

In quel tempo sembrava che le bottiglie di rum fossero sempre vuote. Accidenti, non è che chiedessi molto. Una bottiglia di rum e non è successo niente, neppure un bruciore di stomaco, un leggero mal di testa, una vaghezza del mondo, ché almeno quella potrebbe giustificare una incertezza di gambe.

Tempi strani, nebulosi. Al porto di Malaga una zingara mi aveva donato rametti di rosmarino e “buena suerte”; chi dice che sono ladre si sbaglia. Dovevi vederla quanto era bella mentre mi frugava nelle tasche. Sì, ero sotto una panca perché un marinaio polacco voleva uccidermi. Aveva ragione, gli mancava la borsa ed era la paga di dieci mesi di mare. Sai come vanno queste cose, se non trovi un altro ingaggio.

Se non gridi facciamo a metà, dissi intimorito. No, ladro, la borsa è tutta mia, tu dovrai accontenti dei miei baci. Ma se il polacco mi becca? Al porto di Malaga non muore nessuno, se noi non lo vogliamo.

Il polacco morì, perché era solo un vagabondo di borsa stretta e incapace di sognare dentro gli occhi di una donna.

Poi toccò a me guardarmi indietro, e quel giorno avrei rinnegato tutto, la luce e il buio, i rumore dell’aria e i silenzi delle scarpe rotte, una nebbia di mare e l’ultimo grido di dolore del toro che muore. Arrivò la carezza di mano dura: “Il nostro amore è come un mare senza marinai. Tu lo sai. Adiòs chico.”

Senza amore e senza soldi rubati. No, o Dei stramaledetti!

Beppe Cerutti

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