Sus…surreale, genio

Sus…surreale, genio

Il responso non lasciava alcun margine di dubbio e, addirittura, appariva inappellabile: “Psicologicamente renitente al lavoro. Alla luce delle più recenti ricerche scientifiche, risulta impossibile applicare terapie correttive. Ce lo teniamo così com’è, oppure…”

“Io l’accoppo” disse il padre, che risponde al nome Oèi Ginèto.

“Se non ti dispiace, l’ho fatto io e qui non s’accoppa nessuno, padri a parte”, disse la madre, che invece risponde al nome Oèi Ginèta.  Prese tra le braccia il figlio e gli cantò “fai la nanna bel bambino”.

“Mamma, lascia perdere la nenia” disse il figlio, “che figura di merda ci faccio se mi vedono i miei amici.”

La storia andava avanti da anni, da quando il ragazzo in questione ne aveva fatti trenta ed era riuscito a farsi pubblicare una poesia sul giornale locale. “Mio figlio è una Vate”, celebrò la genitrice facendo fuoruscire la copiosa mammella: “Mamma, no grazie. Preferisco il vino.”

Tutto sommato da quell’assurda situazione ne ricavava qualche beneficio anche il genitore, che tra una pacca e l’altra sulle spalle, affettuose amicizie e orgoglio di classe, all’osteria beveva gratis: “Capita mica tutti i giorni di avere un figlio poeta”, e via a declamare i versi del cannetta di vetro: “Ode all’uovo sodo” e il bianco dammelo con una spruzzatina di Campari.

Il poeta, da par suo e in quanto tale, faceva i capricci quando bisognava tagliare le unghie, ma per il resto mangiava la peperonata e si allacciava le scarpe da solo. Imparando simili baggianate, però, finì con l’essiccare la propria originale vena creativa. Ma non si dette per vinto, perché nel frattempo aveva imparato a fischiare ciò che ascoltava e a volte ṡifolava anche in aramaico antico: una goduria per gli ascoltatori. Rinunciò alle copiose assunzioni della principale azienda del paese, dove avrebbe potuto imparare a battere il ferro incandescente e creare fantasiose pentole a pressione; scelse invece la faticosa strada della penna Bic per inseguire un sogno malandrino. Tradusse in rumeno la celebre poesia “Se sei brutto ti tirano le pietre”, nella versione di Piero Focaccia. Un successo della madonna che lo condusse tra mari profondi e monti altissimi, lontani.

“Oèi Ginèta, dov’è che è adesso il genio?” chiedevano le comari e anche i mariti occupati nella fabbrica del ferro.

“L’è in un posto che ci dicono il lago Ti.. ti… caca. Il nome sembra un po’ sconcio ma l’acqua è pulita. Insegna nuoto alle virgole, che da quelle parti sembra che non sono capaci di nuotare. Tutti i mesi manda a casa il vaglia postale, che anche noi adesso stiamo benino.”

Beppe Cerutti

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