Sus…surreale, gonfiori

Sus…surreale, gonfiori

Quando si sfilò gli abiti per prepararsi al riposo notturno si accorse, sorpreso, che i pantaloni non scivolavano via come era sempre accaduto. Nonostante avesse slacciato il bottone in vita e fatto scendere la cerniera sul davanti, come di solito faceva, si rese conto con sorpresa che le braghe non scivolavano come sempre era avvenuto. Con sgomento si rese conto che la massa testicolare andava assumendo dimensioni fino ad allora citate a mo’ di battuta conviviale di fronte alla tazzina di caffè consumata al bar in uno dei tanti giorni lavorativi: “Cazzo, ne ho due palle grosse così.” Le donne, in particolare, sbottavano fin dal lunedì mattina, dopo avere depositato i figli all’asilo.

Il “pacco” virile aveva già sfilacciato gli elastici gambali delle mutande e, a vista d’occhio, accresceva la propria dimensione. Si sfilò l’intimo indumento, che comunque aveva  reclamato la propria innocenza nei confronti dell’insolito fenomeno. Si prese lo scroto tra le mani  e gli venne da pensare che se l’avesse colorato, tempo al tempo, questione di minuti, sarebbe potuto tranquillamente diventare come il pallone di  una mongolfiera. Sì, ci voleva sangue freddo, perché se la sottile e sensibile epidermide di quella cosa lì non avesse retto alla pressione interna, lui la mattina dopo si sarebbe dovuto presentare in ufficio con le palle ridotte a un cencio stracciato. Si coricò con cautela, abbracciando sui fianchi quell’inusitato gonfiore e preparandosi a vivere una notte da incubo. Chiamare un medico, neanche per idea: “Dottore, urgente, ne ho le palle piene.” “Si figuri io!”

Oneiro, divinità del sogno, fu clemente. Quando lo “bolla” arrivò a toccare il lampadario disse semplicemente “cazzo scotta” e il resto fu un gioco di colori come quando da bambino guardava dentro il cannocchiale del caleidoscopio.

A risveglio non ebbe consapevolezza immediata di quanto gli era accaduto, ma la lampadina sul soffitto era fulminata. Per il resto tutto a posto e neppure le mutande pulite ebbero da ridire. Cazzo, che sogno di merda!

All’uscita del magniloquente portone di casa, senza alcuna ragione, girò dall’altra parte invece di quella solita, perché gli venne voglia di fare il giro lungo, quello che attraversava anche la piazza. Inconsapevolmente si aspettava qualcosa, un segnale. Incrociò un bimbo che stava giocando con un palloncino trasparente, leggero e divertente, capace si restare sospeso per pochi attimi, ma niente di più.

Tornò sui suoi passi e in farmacia chiese qualcosa per il suo problema: “Per le mutande di ghisa si rivolga alla Ferriera.”

Beppe Cerutti

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