Sus…surreale, Palavisduri

Sus…surreale, Palavisduri

Non è un soprannome inventato lì per lì, a fronte di un ubriacone inveterato ormai incapace di collegare i muscoli della lingua con l’attività cerebrale.

Nossignori! “Palavisduri” è uno stato d’animo, una condizione mentale estraniata ma capace di leggere i sintomi dell’aria che respiriamo, sensibile a qualsiasi fragranza della natura ma leggiadro e indifferente come uno spirito olimpico consapevole del proprio ruolo, sommo amanuense nell’intrecciare come lunghi capelli la peluria laddove le donne così sono senza ombra di dubbio.

In altre parole, una magistrale testa di cazzo incapace di usare il pettine, di allacciarsi le stringhe delle scarpe e di mettere una ragazza nei guai.

Aveva occhi neri come l’universo, qua e là macchiati da pallide stelle, astratte come le gesta di un cavaliere errante che insegue di gran furia la lucertola con la lancia in resta e, scorbutico, dà di gomito al drago, creatura di poco significato e anche ingombrante. Un inesistente cavaliere di Francia alla ricerca delle rosse mura di Parigi per mettersi in parata agli occhi dell’Imperatore da secoli scomparso.

“Palavisduri” viveva così, ramingo e sorridente dentro la sua nebbia dorata.

Finché incontrò una donna che cercava l’uomo dei suoi sogni e che, con pazienza, gli insegnò che da certe parti far le trecce è un bel piacere per chi deve essere intrecciata, ma poi, però…

Il popolo battezzò la piccola: “Visdurina”, che non patì mai la fame, fosse anche una cipolla, perché le cipolle sono come stelle che cadono dal cielo, anche se la gente ne aveva piene le tasche.

“Cos’ha mangiato oggi la nostra piccola?”

“Cipolle della porta accanto. Perché non vai a lavorare?”

“Nessuno vuole un sognatore dentro un’officina, anche se sa leggere e scrivere.”

“E allora scrivi, ché se ti trema la mano te la reggo io, così facciamo le lettere e le parole in bella calligrafia.”

“E cosa dovrei scrivere?”

“Per cominciare: c’era una volta…”

“Bello, ma poi come finisce?”

“E vissero felici e contenti.”

“Perché, non è così?”

“Poeta, mavafanculo!”

Beppe Cerutti

 

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