Il ritorno di Calabiano Moresco, morire di caldo

Il ritorno di Calabiano Moresco, morire di caldo

“Papà, ma sei impazzito?! Vuoi che chieda l’autorizzazione alla Procura della Repubblica per un supplemento d’indagini sulla morte di un uomo deceduto per un collasso dovuto al gran caldo del mese di luglio?! Va bene, era un tuo amico oltre che insigne grecista, ma come ti saltano in mente simili idee? E chi se ne frega se era un ipocondriaco. Del resto anche tu, quando ti sei reso conto che stavi parlando con le piantine di basilico, ti sei domandato se non fosse il caso di consultare un medico. Eddài!”

A volte riesci a essermi antipatico. Ciao e stammi bene, signor capitano.

“Ecco, lo sapevo, s’è incazzato. Sta invecchiando proprio come un carabiniere dalla testa dura. Se avesse fatto il ragioniere non avrebbe avuto dubbi: uno più uno fa due. Ma siccome è un caramba, uno più uno potrebbe fare tre, quattro e magari anche undici. Oppure zero, perché no? Del resto la sua carriera l’ha fatto qui in provincia, per scelta, perché anche da queste parti i conti non sempre corrispondono alle inconfutabili regole dell’aritmetica. Chissà cosa gli sta passando per la testa. Il professore di greco, e chi mai sarà stato costui?”

Te lo spiego in quattro parole. Uno che a ogni 21 di settembre faceva la polvere all’ombrello e cavava la sciarpa dal cassetto, perché non si sa mai. Uno che se avvertiva un leggero formicolio al polpastrello del dito mignolo della mano sinistra si precipitava al pronto soccorso. Uno che, in quel torrido mese di luglio, sì, usava il ventilatore, ma con una bella cotonina sulle spalle. Insomma, collasso d’accordo, ma non certo per il caldo. Per il resto, vago come tutti gli studiosi, ma non sulle questioni che riteneva importanti. Come, per l’appunto, la sua salute. Avete frugato bene l’abitazione?

“Papà! Ma dove ca… dove cavolo vuoi arrivare?!”

Sì va bene, domanda inopportuna, scusami, non era mia intenzione mettere in discussione la professionalità dell’Arma, signor capitano. Però… Che ne diresti se andassi a ficcare il naso a casa sua. La portiera mi conosce da anni e sai com’è: passavo di qui per caso, le dispiacerebbe lasciarmi dare un’occhiata, sa, in ricordo dei vecchi tempi…

“Guarda che la casa è ipotecata e il permesso dovresti chiederlo non alla portiera ma alla banca.”

Ipotecata? O cazzo! Non me ne aveva mai parlato.

“Maresciallo, quella sua espressione la conosco e non mi piace per niente. Le ricordo che lo Stato ha accondisceso a collocarla a riposo dopo decenni di eccellente e proficuo servizio. Lei adesso è in pensione!”

Le faccio presente, signor capitano, che la legge non vieta a un pensionato di fare una passeggiata da quelle parti. Se conosco bene la portiera, un mazzo di chiavi ce l’ha e chi se ne frega della banca.

“Porca miseria papà, ti diffido…”

Diffida, diffida… Ciao.

“Sì pronto? Ci sono feriti? I nostri sono sul posto? Bene, arrivo.”

Che è?

“Rapinatori barricati dentro una banca.”

Stai in campana con quelli, sono sempre pericolosi. Poi quando torno dalla passeggiata mi racconti.

 

Ragazzo, ci sono novità.

“Papà, non adesso, c’è stato un morto. Anzi, una morta, per la precisione. Una delle clienti in ostaggio, un’anziana signora, non ha retto all’emozione ed è stata colta da una crisi, quasi certamente cardiaca. Gli scemi ch’erano là dentro al momento non hanno capito un bel niente di quello che stava succedendo, poi si sono spaventati e si sono arresi. Ma per quella poveretta… Idioti, idioti! Sai quanto avevano razziato nel mettere in piedi tutto ‘sto casino? Un centinaio di euro, cento fottutissimi euro! E bisognerà anche fare una dichiarazione alla stampa in punta di forchetta, sotto traccia, per non turbare le rispettabili coscienze locali: un paio di teste di cazzo con i foruncoli sul naso e una mitraglietta Uzi tra le mani. Ti rendi conto?

Chi sono?

“Coglioni, ma più di loro ‘sto mondo di merda. Te la immagini la rappresentazione che andrà in scena tra poco? Nostro figlio?! È impossibile. Signori, vostro figlio aveva in mano un’arma in dotazione all’esercito israeliano, un’arma funzionante. Non ci posso credere! È quell’altro l’istigatore, che è sempre stato un poco di buono: pensi che quel mascalzone fin da piccolo giocava con le pistole e frequentava bambini extracomunitari. E intanto mi ritrovo tra le mani una Uzi che non so da che parte salta fuori, me lo posso soltanto immaginare e a questo punto tanto vale liberalizzare la vendita delle armi, così ce ne facciamo una ragione e la smettiamo di gridare allo scandalo perché i giovani passano troppo tempo a giochicchiare con internet.”

Calmati ragazzo.

“Calma un cazzo, maresciallo. Sai quanti anni hanno quei due imbecilli? No eh? Va be’, non te lo dico, ma non sono maggiorenni. E ritengo che neppure i loro genitori si possano definire tali. Ti basta? E intanto una donna che, alla loro età, era cresciuta con i soli fremiti che le poteva regalare un juke box, è morta di paura.”

Morire di paura. Gli venne di pensare ai suoi genitori, che di paura ne avevano passata tanta, quando la guerra non guardava in faccia a nessuno.

Capitano, andiamo a bere un caffè.

“Sì, aspetta che metto la pistola nel cassetto, perché incazzato come sono potrei sparare alla macchinetta del caffè. Quella cosa lì è un perenne attentato all’efficienza dell’Arma.”

In effetti fa schifo, né più né meno come ai miei tempi. Sai, prima, nello sfogo, hai detto che quella donna è morta di paura. Vi erano le condizioni e lasciamo stare la retorica della paura. Diciamo che non ha retto a una imprevista quanto fortissima emozione. A volte succede anche alle persone della mia età.

“Papà, taglia corto. Prima alludevi alla passeggiata.”

Sì. Ricordi? Mi hai parlato di una ipoteca. In effetti il professore, nel fervore delle sue ricerche, s’era indebitato un po’ con tutti quelli che trattano di cose antiche o pseudo tali. Ho trovato solleciti di pagamento tra le pagine di libri che avrebbero dovuto essere almeno vecchi, stampe ormai fuori catalogo da anni, ma che invece erano soltanto buone per il macero.

Probabilmente c’è stato un concorso di emozioni tra la frenesia dello studio e l’ansia non più sotto traccia per i debiti: da un lato valutare con la dovuta attenzione i testi che gli passavano sotto gli occhi; dall’altro l’ingombro delle cambiali in scadenza, ché neppure i librai sono santi né, tanto meno, pazienti. Da quel meticoloso grecista qual’era, pensò che forse l’avrebbe potuto soccorrere Tyche.

“Ti…che?”

Somaro. La Dea della fortuna. E così, con le monetine raccattate dai resti del panettiere, del supermercato, del giornalaio, tre volte alla settimana rimetteva i numeri alla sorte, sempre quelli, tanto che li conosceva a memoria. Alla ricevitoria di via XX Settembre lo hanno confermato, andava a giocarle di persona. In un cassetto ho trovate un paio di ricevute, corrispondenti alle giocate di martedì e giovedì, ma non quella del sabato, il giorno precedente la sua morte. Strano, non trovi? Quel giorno, infatti, aveva chiesto alla portiera di fargli la commissione, perché era preso con una delle sue solite ricerche comparative che però, nel caso in questione, non era finalizzata alla scoperta di eventuali magagne di qualche suo illustre collega accademico, perché quello era il suo passatempo preferito, per poi affacciarsi alla finestra che dà sul cortile e affermare trionfante: “L’avevo detto!” Nossignore! Il nostro insigne cattedratico aveva indossato, metaforicamente s’intende, la veste sacerdotale dell’aruspice.

“See, andiamo! S’era messo a scannare gli uccellini per scrutarne le viscere? Sappilo, in casa non abbiamo trovato tracce di pennuti sventrati.”

Lo so, perché gli oggetti di studio erano le varie scritture attinenti a Tyche…

“Sempre quella di prima?”

Tu continua a fare lo spiritoso, testa di legno. A volte mi chiedo come diavolo ci sei arrivato al grado di capitano.

“Si vede che ho preso tutto dalla mamma, che in casa, se non ricordo male, portava il grado di generalessa.”

Però d’artiglieria, perché per tenerti a bada ci volevano le cannonate. Quando puoi, anche tu portale un fiore…

Maresciallo Calabiano Moresco, il magone non s’addice a un vecchio carabiniere. Vieni, torniamo nel mio ufficio e raccontami del professore.”

Gli appunti lasciano credere che nei confronti della Dea bendata il mio amico stesse maturando un’autentica ossessione. Non dimentichiamo che aveva bisogno di denaro e si stava incaponendo attorno a un’assurdità degna di un ciarlatano piuttosto che di uno studioso: calare la benda dagli occhi di Tyche. Una follia che forse non gironzolava neppure nei tetri corridoi del castello di Praga ai tempi di Rodolfo II, ultimo imperatore del Sacro romano impero.

“Andiamo calmi con le divagazioni, eh?”

L’hai vista anche tu la mole di libri ammassata sul tavolo, solo non hai fatto caso al tema, perché l’evidenza immediata prima e i risultati dell’autopsia dopo parlavano chiaro. Il caldo di luglio aveva fatto un’altra vittima: collasso. E via con le solite raccomandazioni ricolte alle persone anziane. La natura di quella morte è invece da ricercarsi proprio in quei libri e al loro potere di autosuggestione. Gli effimeri richiami alla Fortuna rimbalzano da un testo all’altro e altri ancora ne richiamano, in un sempre più aggrovigliato ricamo di citazioni dovute a nuovi e sempre più assurdi personaggi, che il professore inseguiva da un libraio all’altro, da una bancarella all’altra. Una perversa alchimia che accresceva il debito materiale e con esso l’ansia. Prova a pensare a quel cuore vecchio, non certo malandato ma di sicuro affaticato nella ormai maturata convinzione che anche il Fato dovesse rendere conto del suo operato al genere umano, bastonato dalle sue arbitrarie decisioni. Oggi lo chiamano stress.

“Va be’, ma se non è stato il caldo, cosa l’ha ucciso?”

Siamo alla tragica comica finale. Nel consegnargli il giornale del mattino la portiera gli ricorda che s’è dimenticata di giocare la scommessa, perché? Perché una casalinga ha ben altro per la testa al sabato, con una famiglia di scavezzacolli da tenere in riga, perché quel giorno non lavorano. L’acqua calda per il bagno, le camicie stirate per il marito e per i figli, la spesa al mercato, ché quelli sono sempre in arretrato con la fame e almeno una volta alla settimana si mangia tutti insieme a mezzogiorno. Mi ha raccontato che il professore ebbe un moto di stizza. Ma non poteva saperlo che quel vecchiaccio scorbutico era riuscito a cavar dagli occhi la famosa benda. Quando avete rinvenuto il cadavere, così si legge dal rapporto, avete segnalato anche la presenza di un giornale appallottolato finito sul pavimento, come si fa per qualcosa di inopportuno, di fastidioso, carta straccia. Nessuno lo ha ricomposto, ma era aperto alle pagine centrali dove, tra l’altro, sono pubblicate le cosiddette notizie di servizio, tra le quali i numeri della lotteria. Tyche aveva apprezzato la sua perseveranza e i numeri erano tutti lì, uno dietro l’altro, beffardi. Una vincita da scombussolare la mente e far impazzire il cuore. Sì, è andata a finire proprio come non doveva. Altro che caldo.

Beppe Cerutti

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