Short Story – Alter ego

Short Story – Alter ego

Quello lì che mi sta guardando allo specchio è il mio alter… ego. Anche in milanese si scrive allo stesso modo, ma con l’accento circonflesso sulla “a”: âlter, che sta per “altro”. “Ego” non ho ancora capito che cazzo significhi, però lo scrivono nei libri e sui giornali e allora va bene così.

Stavo dicendo dell’âlter, perché mi ha combinato un’altra delle sue solite cazzate: sèmper , che a guardarci bene è anche una brava persona. Però, a volte, eccede per troppo amore.

Allora: succede che a me ci regalano una piantina di basilico, che modestamente quando si tratta di fare quattro spaghi di pronto consumo, sono un cattedratico alla stessa maniera di quando faccio alien olien und peperonzinen!

Lui, cioè l’âlter, invece, della suddetta Lamiacea aromatica s’innamora follemente e, senza dirmi niente, decide di trasformarla in qualcosa di leggendario affinché l’intera pianura padana  ne possa trarre vanto. Sempre lì a trafficare con acqua e raccomandazioni: “Cara, non stare troppo al sole, ché te fa minga bén!” E mettigli acqua oggi e mettigli acqua domani, la terra che c’ è dentro il vaso poco alla volta se ne va. Lui, il furbetto, capisce che bisogna rabboccare il vaso, perché il basilico diventa sempre più alto, con le foglioline belle grasse, ma el g’hà bisôgn de hùmus  (cosa vuol dire hùmus non l’ho so, ma chi conosce il Latino ha capito).

Ci vuole un cazzo: ti prendi un secchiello e una paletta, vai al giardino pubblico e tiri su quello ti serve. Nossignore! Perché l’âlter è un bàüsciâ ignorante come una bestia. Lui, il pirla, vuole invece il “terriccio” e allora va al supermercato dell’arredamento. Testa di rapanello! Si fida dell’immagine di copertina (verdure varie in uno splendore quattricromico; chi ha lavorato in tipografia sa cosa intendo) e compra, perché quando ritiene che sia necessario non bada a spese, e mi porta a casa una roba da cinque chili di concime superconcentrato all’ennesima potenza sottoforma di capperi sotto sale. Sto parlando delle dimensioni.

Il somaro legge le istruzioni?

No, No! Perché è troppo presuntuoso! E in quel vaso, che se lo paragoniamo a una schiscêta potrebbe contenere, esageriamo, il pranzo per due operai a dieta, ci ficca dentro tanto quanto basta per far felice un coltivatore di mais da un milione di pertiche. E giù acqua.

Risultato?

Tre minuti. Non so se avete mai sentito l’urlo del basilico quando sta morendo, ma vi posso assicurare che l’uso dei defolianti durante la guerra vietnamita è roba da seminaristi. Cenere tossica!

Beppe Cerutti

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