Beatles week, la leggenda dello scarafaggio morto

Beatles week, la leggenda dello scarafaggio morto

Era l’epoca del vinile, si tornava a casa emozionati, nel sacchetto il grosso quadrato di cartone sottile ci guardava circospetto, alcuni non resistevano alla curiosità e squarciavano il cellophane sul posto, altri seguivano riti ben precisi. Sempre quelle forbici, la porta della camera chiusa, il giradischi acceso e pronto ad accogliere il grosso e nero pezzo di vinile. Poi, mentre la puntina di diamante iniziava il suo inarrestabile logorio del vinile inciso, noi ci si rigirava fra le mani quel prezioso oggetto stampato e profumato di inchiostro. Studiandolo nei più piccoli dettagli. Con il tempo i bordi delle copertine andavano consumandosi e i solchi di vinile pure… un buon vinile gracchiante d’annata era come un vino tenuto da parte. La comodità del CD prima e dell’mp3 poi, ha messo da parte tutti questi riti. Ma non possiamo scordarci i momenti di grande emozione provati nello studiare le copertine dei dischi.

Si perché ci sono i vinili leggendari, quelli che nascondo storie che sono diventate mitiche, che ci si racconta di appassionato in appassionato, che hanno dato origine decine di libri, trattati, film. Ovviamente i Beatles sono stati una delle fonti maggiori di queste leggende. Una di queste, la più famosa, è quella legata ad Abbey Road e al Beatles Morto. Parliamo quindi degli scarafaggi, di Paul McCartney e di William Campbell. E chi sarebbe costui? Semplice William Campbell è uno scozzese che stando alla leggenda prese il posto di McCartney nella line up dei Beatles dopo che il mitico bassista perse la vita in un incidente la notte del 9 novembre del 1966 alle 5 del mattino schiantandosi con la sua Aston Martin e finendo completamente sfigurato. Possibile? Probabile?

Le voci della morte di Paul McCartney cominciano a rincorrersi nel mondo dopo che nella notte del 12 settembre del 1969 Russ Gibbs, disc-Jockey della radio WKNR di Detroit, ricevette una chiamata telefonica da un ascoltatore, tale H. Alfred che si disse certo, della notizia che Paul fosse deceduto e sostituito all’interno del gruppo. Gibbs decise di stare al gioco e chiese ulteriori informazioni mandando tutta la telefonata in diretta. Alfred a questo fece un dettagliato resoconto di indizi ricavati dalle copertine dei dischi dei Beatles: Sgt. Peppers, Magical Mystery Tour, ma anche di indizi contenuti nei testi del White Album. Si scatena il putiferio.

Alla luce di questi fatti l’attesa per l’uscita del nuovo LP diventa ancor più spasmodica. Quando finalmente viene pubblicato Abbey Road gli studiosi si scatenano. Già dalla prima occhiata ci si accorge che qualcosa non va. I quattro in fila attraversano le strisce pedonali. In testa John Lennon, un carismatico Gesù Cristo completamente vestito di bianco, a seguire Ringo Starr completamente vestito di nero come un becchino, in fondo George Harrison trasandato come uno scavafosse. E Paul? Sguardo assente, piedi nudi simbologia orientale di morte (erano appena tornati dall’India) e sigaretta nella mano destra quando tutti sanno che Paul è mancino. Insomma la copertina di Abbey Road sembra davvero un corteo funebre.

Ma l’artwork del disco nasconde altri e più inquietanti indizi. A destra della foto si può vedere posteggiato un furgone della polizia, dello stesso tipo di quelli che intervengono in gravi incidenti stradali; il suo numero corrisponde al veicolo in servizio la sera del tragico 9 novembre 1966. A sinistra, invece, è collocata un Maggiolino Volkswagen bianco la targa è “28 IF”; cioè 28 se… infatti se Paul fosse stato in vita nel 1969 avrebbe avuto 28 anni. Ma anche il retro della copertina mostra seri indizi, vi e raffigurato infatti un vecchio muro di mattoni riportava la scritta Beatles: una crepa attraversava la lettera finale, la “s”, suggerendo una frattura relativa al numero dei componenti della band. Subito a destra, un gioco di ombre che se capovolto di 90 gradi rivelava la figura di un teschio.

Ma facciamo un passo indietro. Già in Sgt. Peppers compaiono indizi e allusioni riguardanti la presunta morte di Paul. Sulla copertina in basso a destra, una piccola bambola osserva una scena che potrebbe anche essere quella di una macchina che precipita in fiamme da una scogliera. Poi ci sono i 4 che sono disposti davanti una fossa con il nome Beatles scritto con i fiori e, soprattutto, davanti ad un’altra composizione di fiori gialli che sembra rappresentare un basso così come lo disporrebbe un mancino, con sole tre corde (i tre sopravvissuti?). Paul ha in mano un oboe nero, adatto a celebrazioni funebri, unico strumento non appartenente alla famiglia degli ottoni, classici strumenti da banda che, gli altri Beatles stringono in pugno. Sopra la sua testa, si leva una mano che saluta con il palmo in avanti, come per un addio, una benedizione o meglio ancora che si riallaccia di nuovo alla simbologia orientale del gesto che sta ad indicare la dipartita di qualcuno. Nella foto all’interno dell’album, Mc Cartney è seduto nella posizione funebre usata in India e porta al braccio una mostrina con la sigla “O.P.D”, acronimo che sta per “Official Pronounced Dead” (“Dichiarato ufficialmente morto”). Sul retro della copertina, infine, Paul è l’unico a girare le spalle mentre George indica una frase della canzone She’s Leaving Home che dice: mercoledì mattina alle 5, li fatidico 9 novembre era per l’appunto un mercoledì!

Nel libretto interno di Magical Mystery Tour, altre mani alzate sopra la testa del sosia in un altra foto Paul siede dietro la scritta “I WAS”, “ero”. Ancora una volta Paul è senza scarpe che appaiano vicino alla batteria di Ringo che porta la scritta “Love 3 Beatles”. In un altra foto c’è una sola persona con un inequivocabile garofano nero. E sulla copertina c’è un solo animale nero, un tricheco, simbolo di morte in Scandinavia.

La leggenda della morte di Paul McCartney ha ispirato addirittura un film. Paul is dead opera prima del tedesco Hendrik Handloegten, presentato nel 2005 al film festival di Torino. Ma è soprattutto nel mondo musicale che la copertina di Abbey Road ha ricevuto svariati tributi. Due su tutti. Quelli degli Oasis e dei Red Hot Chili Peppers. La copertina di Be Here Now degli Oasis è tutto un tributo ai Beatles, basti dire che la targa della Rolls Royce bianca che si inabissa nella piscina è identica a quella del maggiolino di Abbey Road. I Red Hot dal canto loro hanno replicato la copertina di Abbey Road sul loro mini LP Abbey Road EP solo che la processione funebre loro la fanno completamente nudi…

Paul Mc Cartney stesso qualche anno fa cercò di porre fine alla leggenda riguardante la sua morte. Sempre in maniera criptata naturalmente. Nell’album “Off The Ground” del 1993 la copertina sfoggia i piedi nudi penzolanti dal cielo di tutti i musicisti coinvolti nel disco. Un po’ come dire tutti morti tutti vivi. Lo stesso anno presentò l’album dal vivo dall’emblematico titolo “Paul Is Live”, un gioco di parole per dire “Paul suona dal vivo” o, contorcendo il più corretto “Paul is Alive”, “Paul è vivo”. Sulla copertina del live Paul appare fotografato sulle stesse mitiche strisce pedonali di Abbey Road sorridente e con un cagnolino al guinzaglio, come a dire sono un distinto signore vecchio ricco e felice, il gioco è finito.

Ad un certo punto ci si misero degli scienziati a cercare di mettere la parola fine definitiva alla leggenda. Nel 2009 la rivista Wired incaricò l’informatico Francesco Gavazzeni e il medico legale Gabriella Carlesi di mettere la parola fine al giallo. Due esperti veri, basti pensare che i 2 hanno collaborato alle indagini sul mostro di Firenze, a quelle sull’attentato a Giovanni Paolo II e a quelle sull’omicidio di Ilaria Alpi. La strada scelta dai due fu semplice: applicare le moderne tecniche medico-forensi di comparazione biometrica a gruppi di fotografie che ritraggono Paul McCartney dalla prima metà degli anni ‘60 ai giorni nostri. Un caso semplice. Una sera al pc e via, smontata la legenda. Ed invece a sorpresa esce che i confronti biometrici su conformazione del cranio, curva mandibolare, padiglioni auricolari, dettagli di dentatura e palato hanno delle differenze che non permettono di dire con certezza che non si tratti di due persone diverse. La ricerca quindi ha rilanciato il giallo tanto che in questi ultimi anni sono stati scritti almeno altri 3 volumi sulla leggenda

Emanuele Mandelli

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